La grandezza del “meraviglioso antico” leopardiano sta nel fatto che la civiltà greco-romana, superando lo scetticismo, ossia la posizione filosofica che mette in dubbio la stessa possibilità del genere umano (e, ovviamente, solo di esso) di conoscere la realtà che lo circonda, si poneva come obiettivo il raggiungimento della maggiore verità possibile della visione; e a tal fine si giovava sia della speculazione filosofica sia degli studi matematici e sia delle indagini e ricerche astro-fisiche.

Ciò, in altre parole, avrebbe dovuto costituire l’essenza della cultura.

Il termine “cultura”, però,  deriva dal verbo latino colere(coltivare) e indica, sin dall’origine, un ambito di conoscenza di più vasto orizzonte: è il risultato di un sistema di “saperi”, di  un insieme complesso di dati di conoscenza di varia natura, trasmesso di generazione in generazione; anche, quindi, indipendentemente dall’apprendimento più propriamente scolastico.

Tale varietà  di contenuti del concetto di cultura, però, mostra di avere aspetti di ambiguità e di equivocità, veramente notevoli.

Nella cultura rientra sia il complesso delle opinioni, delle dottrine, delle teorie, delle elaborazioni concettuali, sia l’insieme delle credenze chiaramente fantasiose, delle descrizioni orgogliose e compiaciute di costumi e di comportamenti umani ancorché privi di ogni razionalità e ragionevolezza nonché dei miti e delle leggende e dello stesso culto(che deriva dalla medesima radice di colere) religioso degli Dei.

Per distinguere ed elogiare la cultura si fa, comunemente, ricorso alla sua contrapposizione con l’erudizione cui si attribuisce il connotato negativo di essere priva di originalità di pensiero e/o di fine gusto. Quel quid in più che si attribuisce alla cultura non impedisce, però, che in essa confluisca, per quanto riguarda la civilità occidentale, un pot-pourrìdi conoscenze. E cioè:

a) la conoscenza (da molti considerata utile) della filosofia pre-socratica, intrisa di razionalismo e di empirismo sperimentale, in grande prevalenza rigorosamente monista e volta, come altre dottrine del Pianeta, a dare agli esseri umani suggerimenti utili per vivere con pienezza e soddisfazione la propria esistenza; sia

b) quella platonica con le sue fantasie iperuraniche e le stravaganti mitologie allegoriche  quali il sole, la caverna e gli  uomini in essa imprigionati, le ombre sulla parete rocciosa (per molti, innocua, ed invece per altri oltremodo pericolosa come dimostrerebbero i suoi discepoli dell’Idealismo tedesco dell’Ottocento, generatori del nazi fascismo e del social-comunismo), sia, infine, dall’epoca imperiale romana in poi,

c) quella (dagli uomini dal pensiero libero ritenuta molto dannosa) dei racconti biblici colmi di episodi di aggressività e di violenza, forieri delle più atroci stragi e dei più feroci eccidi compiuti dai fedeli dei tre monoteismi mediorientali a danno del genere umano.

In altre parole, sono compresi, nel concetto di cultura, la conoscenza indiscriminata della storia e della esistenza di tutti i rapporti umani verosimili e inverosimili, buoni e perversi, presenti all’interno di un gruppo sociale e quelli con il mondo esterno ad esso.

Una caratteristica della  “cultura” sarebbe, poi, l’esasperato bisogno dei suoi esegeti di dimostrarne una naturale continuità storica con civiltà precedenti, laddove sembra vero proprio il contrario.

Per quanto riguarda l’Occidente, ad esempio, la cultura cristiana pretende di essere una continuazione di  quella latina. In realtà, essa, per imporsi su quella greco romana, non ha  “cambiato destinazione” ai templi pagani (come fecero, in senso contrario, i Turchi mussulmani a Costantinopoli  con Aghia Sophia, islamizzandola) ma li ha distrutti sin dalle fondamenta, annientando la cultura non cristiana e incendiando libri, manoscritti e biblioteche (a partire da Ipazia e da Alessandria) uccidento i pagani, compiendo stragi di Maya e Aztechi nel Centro-America, mandando a morte molte vite umane con l’Inquisizione e via dicendo.

In altre parole, si è capito che non basta recitare, formalmente, la messa in latino e affastellare il Regno dei cieli di molti santi, copiando, con melanconiche variazioni, l’idea altrimenti “allegra”dei tanti Dei dell’Olimpo pagano,  per nascondere la verità di una feroce contrapposizione sostanziale che nasce dall’avere sostituito alla sana concezione individualistica greco-romana il falso e ipocrita universalismo amoroso del comunismo religioso, anticipatore di quello politico post-platonico e marxista.

Nel corso dei secoli, per rendere meno ambiguo ed equivoco il concetto di “cultura”sono state tentate correzioni di varia natura. Le concezioni pragmatiche hanno dato importanza alle conoscenze pratiche per esercitare una professione; le idee antropologiche a quelle che esaltano le conoscenze proprie di un gruppo etno-culturale o etno-identitario volte a rappresentare modi di essere, di vivere, di pensare in un dato luogo e in una certa età; le idee come quella espressa in sede UNESCO hanno incluso nel concetto  di “cultura” anche lo “spirito” e le “emozioni” (!); l’uso comune, infine, ha compreso nel concetto di cultura anche la cucina, l’arte e la musica; e, dulcis in fundo,il multi-culturalismo, che ha complicato ulteriormente le cose.

Una modesta proposta per rimediare alla confusione esistente in campo culturale e per evitare di qualificare “colti” individui dalla mente tutt’altro che lucida, potrebbe essere quella di distinguere la conoscenza dei dati sottoposti o sottoponibili a verifica empiristica e sperimentale o al controllo della logica e della ragione da quella degli assiomi che, per gli esseri umani individuali e per i popoli, sono frutto della fantasia, della credulità e dal bisogno (emozionale) di utopie e dalla tendenza di lasciare in mano ad altri il timone della propria vita.

V’è chi osserva, però, e con buon fondamento razionale, che ciò significherebbe annullare la distinzione tra uomini colti e incolti e sostituirla con quella tra individui intelligenti e persone stupide.

Certo:  molte “rendite di posizione” nel campo cosiddetto culturale finirebbero con il crollare.

Giornalisti e scrittori che, per limitarci a esempi recenti, nel secondo dopoguerra mondiale hanno acquisito, e mantenuto per molti decenni, buona notorietà presso il grande pubblico sarebbero sottoposti a un fuoco di fila di critiche anche feroci tendenti a  ridensionarne notevolmente la fama.

E quel che è peggio anche a distruggere la stima per le loro doti intellettuali; beneficio di cui hanno a lungo goduto.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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