All’aeroporto di Kabul  due islamici (la notizia che si è lasciata trapelare è che sarebbero appartenenti all’ISIS) si sono fatti esplodere con una forte carica di tritolo in un attentato-kamikazeed hanno coinvolto nel doppio suicidio-omicidio centosettanta persone inermi  uccise edilaniate nei corpi mentre attendevano di prendere un aereo per fuggire dall’Afghanistan, ormai caduto in mano dei Talebani.

 

L’evento si è verificato a circa vent’anni di distanza  dal crollo delle torri gemelle di New York che fu attribuito, con lo stesso metodo di “sussurri e grida”, ai terroristi di Al Queida.

Il gemellaggio tra i due eventi funesti e luttuosi non finisce qui.

Oggi, come allora, l’intero Occidente ha inveito duramente, con articoli, telecronache roventi, parole di sdegno e di furore, contro la furia assassina dei Mussulmani, considerati un pericolo incombente per l’intero Pianeta.

Oggi, come allora, mentre il pericolo di escalationnell’invocata repressione apparesempre più probabile, le interpretazioni del folle gesto terroristico non sono per nulla univoche e appaiono, invece, decisamente discordanti.

Vì è chi negli attentati vi ha visto la “manina” delDeep Statestatunitense nell’intento di far seguire  all’atroce azione dei terroristi un inasprirsi della jihad  e, quindi, una ripresa rafforzata   delle ostilità con  maggiori possibilità di guadagno per l’industria delle armi (e per le banche, essenziali, con i loro prestiti nelle necessarie opere di ricostruzione conseguenti alle distruzioni).

Alla naturale e scontata ira furibonda degli Occidentali si è aggiunta un’intensa opera di propaganda curata, con buona probabilità, direttamente da CIA, FBI e Pentagono per sostenere Joe Biden ( considerato, ancor più, dopo il precipitoso (senza alcun accordo con i Talebani che Trump, invece, aveva previsto per un commodus discessus) e disastroso ritiro delle truppe statunitensi, un formidabile alleato nell’opera di  mantenimento di uno stato bellico senza vie d’uscita).

Il  momento per lui era oggettivamente difficile. La sua intesa con Wall Streete con la City, fautori, per i loro interessi, della guerra permanente, rischiava di apparire troppo evidente. Solo un’escalationdi violenza poteva aiutarlo per  superare il calo dei consensi.

(Divagazione divertente:  all’interessato e calcolato sdegno statunitense s’è unita l’Italia, trascurando, con bella faccia tosta, che, appena qualche anno fa, “l’Avvenire”, quotidiano cattolico del Bel Paese, aveva scritto a caratteri cubitali nel titolo di un lungo articolo  che “ il martirio di un uomo di fede non è un sacrificio, ma un lieto messaggio”! Quale lieto messaggio gli Italiani dovrebbero cogliere nel sacrificio dei due martiri islamici, suicidi e omicidi a Kabul, sarà la Chiesa di Roma, prima o poi, a spiegarlo agli italici credenti sempre troppi per fare sperare in un futuro migliore del “Bel Paese”; e ciò, con la più completa complicità dei “furboni” del “Deep State” nord-americano.)

A parte l’interesse finanziario a “guerre sante”, da taluni ventilato, il resto del sistema mass-mediatico occidentale si è rigorosamente astenuto dall’approfondire le ragioni della stragrande maggioranza dei conflitti esistenti sulla Terra che sono prevalentemente religiose.

Nessuno ha rilevato che  tutte le ipotesi, di suicidi-omicidi (che oggi sono solo islamici ma che, in passato, erano comuni a tutti e tre i monoteismi) debbono riportarsi, teoricamente, a religioni che della “morte” fanno il perno su cui ruota il loro credo.

Anche se il suicidio è condannato, a parole, dai tre monoteismi (per la convinzione che la vita sia un dono di Dio) i fatti dimostrano che si è sempre trattato di una predica fatta al vento o, da un diverso punto di vista, di una vera “balla” per ingannare gli ingenui.

L’ebreo Sansone che decideva di morire con tutti i filistei nel tempio, i cristiani che, nel Colosseo, si lasciavano sbranare dai leoni e massacrare dai gladiatori, i mussulmani che usavano (e usano, tuttora), indossandoli, esplosivi per raggiungrere anzitempo il Regno dei cieli in numerosa compagnia di “infedeli”, rappresentano un’evidente contraddizione rispetto all’esecrazione contro il  grave “peccato” di auto-privarsi (e privare altri) della vita in nome della fede.

Se fossero veramente convinti di commettere un’azione vietata dal loro Dio, i fedeli del monoteismo mesopotamico e i loro eredi (purtroppo, anche occidentali e pessimi eredi non ché palesi traditori, quindi, della luminosa civiltà greco-romana) non si toglierebbero la vita con tanta disinvoltura.

La verità è che la forza invincibile delle tre credenze nate in Palestina (e dintorni) sta proprio nel fatto di essere religioni, più che di vita, di morte.

L’amore ossessivo dei loro fedeli per il denaro ne è una tragica riprova.  Albert Camus diceva che ogni vita volta verso il denaro è una morte. Ora, le incongruenze, le irrazionalità, le fantasie utopiche, i vaneggiamenti di quelle credenze barbare e primitive si sono dimostrate utili alla celebrazione più fastosa e continuitiva  del Dio unico del Denaro. E sono servite e servono egregiamente agli interessi finanziari di ebrei e cristiani divenuti, nel corso di due millenni,  i banchieri del mondo.

 

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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