E’ difficile negare che l’isolazionismo (con il protezionismo) abbia reso grande l’America durante il XIX secolo. Erano stati gli stessi padri fondatori a suggerire quella linea di contenimento degli impegni internazionali di un Paese in crescita.

Solo l’incidenza, sempre più profonda, del gauchisme universalistico nato in Europa, di doppia matrice religiosa (ebraica e cristiana) e filosofica (idealismo post-platonico tedesco) ha trasformato il termine “isolazionista” in un vero insulto.

Soprattutto quando si è trattato di affibiarlo a Donald Trump che, rosso di pelo e risoluto di carattere, non ha riscosso, già su piano fisico e pur vincendo le elezioni nel suo Paese, le simpatie in Europa dell’ “abbronzato” (secondo l’espressione usata da Berlusconi) ed “ecumenico” Obama.

L’idea di rifare daccapo il mondo da “popolo eletto” (un vero e proprio ”chiodo fisso” mentale) ha avuto illustri profeti: Hermann Melville definiva l’America del Nord “l’Israele del nostro tempo” destinata a portare “l’arca delle libertà” nel mondo intero.

Oggi gli umori della popolazione statunitense  sulla guerra sempieterna in cui sono impegnate le truppe americane e gli effetti della pandemia veramente devastanti sembrano nuovamente più favorevoli al ritiro dei militari d’Oltreoceano nei propri confini ma il tamburregiamento della sinistra democratica, favorita, interessatamente, dalla lobby dei banchieri,  sugli “human rights”, sembra portare, dopo la parentesi di Trump, a una nuova escalationdi violenza con Joe Biden, ex vice di Obama. Non a caso, quest’ultimo risulta essere, nella classifica statunitense, il Presidente più guerrafondaio della storia del Nuovo Mondo, per il numero delle campagne belliche avviate durante la sua gestione.

Recenti sondaggi danno solo al 18% della popolazione statunitense gli “internazionalisti”, sedicenti combattenti, puri e duri,  per i cosiddetti “diritti umani”;  ma negli Stati Uniti d’America l’acquisizione di potere in politica ha bisogno del sostegno di gigantesche somme di denaro, perché ogni campagna elettorale dei singoli candidati richiede, per il meccanismo di votazione ipotizzato, l’esborso di centinaia di milioni di dollari.

Il denaro, ovviamente, arriva in minima parte da isolati cittadini ricchi e in massima quantità da potenti banche d’affari e da cartelli industriali delle armi o del petrolio, riunite in lobby di cui la più potente è, per communis opinio,  quella sionista.

La scelta dei candidati da votare subisce condizionamenti pecuniari anche in casa repubblicana.

E ciò perché le lobby per trovare un significativo tornaconto in vantaggi economici devono indurre i governanti del Paese e i membri del Congresso  a proclamare continuamente guerre distruttive, ma possibilmente “nobili” che impongano la ricostruzione con prestiti bancari. In tale contesto, le guerre religiose sono certamente le più stimolabili con un’accorta opera di propaganda.

Da qui la necessità delle medesime lobbydi accaparrarsi anche il controllo della gestione del  sistema mass-mediatico.

Dato, però, che “l’appetito vien mangiando”, le lobby americane avrebbero capito che determinare l’elezione dei massimi vertici dello Stato (Congresso, Senato, Presidente della Repubblica e  Membri del Governo) può non essere sufficiente per avere un pieno controllo della situazione politica interna e internazionale.

Da qui la necessità di  affiancare agli eletti, democratici e repubblicani,  al Parlamento e al Governo del Paese personaggi per così dire “apolitici” scelti e ben selezionati (con modalità nascoste e segrete) da inserire, come membri autorevoli e di vertice, nei maggiori organi burocratici della Repubblica (CIA, FBI, Pentagono). E ciò, per la costituzione di un Deep State capace di impedire agli  organi ufficiali di governare liberamente il Paese, ponendo ostacoli e vincoli di ogni tipo per i provvedimenti varati contro gli interessi delle lobby.

Le vicende storiche degli ultimi tempi dicono che un tale sistema contorto e complicato funziona per il mondo finanziario e alto-industriale meglio di quanto si potesse immaginare; e che non è facile debellarlo.

Di recente, il mondo attonito ha saputo, da fonti insospettabili, che il Presidente della Repubblica Nord-americana, Donald Trump, non è stato in grado di disporre il ritiro delle truppe dislocate in luoghi di guerra (prevalentemente mediorientali), perché gli è mancato il consenso del Pentagono. Era impossibile, quindi, per il Presidente dalla chioma ribelle, porre un freno alla guerra con accordi di pace volti a escludere le motivazioni religiose dalla politica bellica degli Stati laici.

Il Presidente non rieletto ha capito, poi, solo tardivamente,  che la politica di cambi ai vertici della CIA e dell’FBI da lui fatta gli è costata, con buona probabilità, la rielezione alla Presidenza.

In realtà, per lui, autonomo e indipendente dai diktatdel mondo finanziario, non c’era speranza alcuna di vincere contro le lobby interne (massoneria ebraica) ed esterne (Ior e Chiesa cattolica).

Domande finali: l’imperialismo guerrafondaio riferito all’intero popolo americano è solo un luogo comune o la verità? E’ veramente imputabile a esso la tendenza statunitense alla guerra ubiqua e permanente? O è, invece, profondamente errato assegnare la responsabilità delle guerre statunitensi, molteplici ed atroci, alla popolazione? Può essa ritenersi  responsabile del sistema ordinamentale nord-americano (pure se attribuibile al Gotha delle Glorie statunitensi) soggetto, com’è, ai diktatdelle lobby soprattutto ebraiche? In altre parole, è corretto  parlare di responsabilità e di colpe degli abitanti di un Paese, se v’è il sospetto che essi siano ignobilmente turlupinati da chi manovra il denaro necessario a costituire gli organi  non solo ufficiali ma anche occulti che provvedono alla legislazione e al governo del Paese?

Sono domande insidiose. Certo! Se la prava volontà guerrafondaia è attribuita a governanti che per la loro opera abbiano un pieno consenso popolare, la responsabilità popolare è indiscussa.

Se, però, le azioni assolutamente contrarie ai più basilari principi di uno Stato democratico e amante della pace sono imputabili non a chi ha avuto i voti ma a dei militari di carriera, a degli spioni o a dei poliziotti, semplici burocrati della guerra e dell’ordine, che risultano “intoccabili” per  norme imposte dai Tycoon della Finanza e dell’Industria delle Armi (il sistema industrial-militare denunciato da Eisenhower), ciò  significa solo che nella democrazia nordamericana qualcosa non va e che è bene cominciare a dirlo senza porre, come gli struzzi, la testa nella sabbia.

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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