Per quanto “drogata” con News “fake o alterate” sfornate, ripetutamente, dal sistema mass-mediatico nazionale (sottratto, come è opinione comune, a ogni ingerenza e controllo sia governativo sia popolare), una quantità notevole di statunitensi comincia a dare segnali di evidente inquietudine di fronte ad eventi che risultano, sul piano oggettivo ( a dir poco ) sconcertanti. Qualche esempio chiarisce meglio l’idea.

Il Pentagono, mesi or sono, negava a Donald Trump, ancora nel pieno possesso dei suoi poteri presidenziali,  il consenso per il ritiro delle truppe dal Medio-Oriente pur in presenza di un accordo sottoscritto dai Talebani per l’Afghanistan, ritenuto il punctum dolens della situazione. 

I mass-media informano i cittadini non statunitensi, che forse potevano non saperlo, che quella norma è una pregevole perla  della legislazione nord-americana. 

C’è qualcuno, a tal punto, che comincia a parlare di un Deep State che negli Stati Uniti sarebbe più potente dello Stato Ufficiale. E qualche altro si pone la domanda a chi “rispondano” gli alti burocrati del Deep State. Preoccupa i puristi della politica l’ombra diWall Street.

La conferma che qualche cosa non vada per il verso giusto nello “splendido”ordinamento nordamericano, giunge dopo l’elezione di Joe Biden a Presidente degli Stati Uniti.

Lo stesso Pentagono che aveva detto no a Trump dice prontamente sì a Biden; e non per un ritiro concordato con clausole precise, ma  per una fuga da Kabul, improvvisata malamente e terribilmente disastrosa.

Lo scopo tutt’altro che imparziale e sostanzialmente “guerrafondaio” del Pentagono appare di tutta evidenza per chi non ha il prosciutto sugli occhi, perché la tensione con i terroristi dell’ISIS sale immediatamente: agli stessi livelli di quelli dell’11  settembre del 2001 con Al Queida. 

Le voci che già all’epoca erano comparse su una piccola parte della stampa,  circa una “manina”del Deep State per il crollo delle torre gemelle,riprendono consistenza e ricominciano a circolare, travalicando i confini statunitensi. 

Un fuoco di fila di critiche investe anche la NATO la cui permanenza in vita  sarebbe unicamente volta a consentire la presenza degli Stati Uniti in affari europei che non dovrebbero riguardarli.

Il New York Times avverte i disagio che serpeggia negli States e corre ai ripari; a modo suo, naturalmente. 

Il 15 Agosto u.s. un  Editorial Board del giornale (addirittura, non bastava un articolo a firma unica?)  scrive che dopo la caduta di Kabul in mano dei Talebani il “popolo americano” (non lo Stato Statunitense, deep o ufficiale che sia…ma il popolo!) ha visto svanire il “suo” sogno di essere la nazione indispensabile “per garantire il rispetto dei diritti civili, il riscatto delle donne e la tolleranza religiosa”.

Per scrivere ciò ci voleva coraggio e il New York Times che, dopo il giornale a colori di carattere popolare USA Today, è il quotidiano più diffuso negli Stati Uniti d’America ha dimostrato di averne.

La storica famiglia proprietaria del giornale che è la Ochs-Sulzberger di origine ebraica e tedesca con il controllo dell’88% delle azioni (quelle di prima classe non alienabili e non disponibili sul mercato; quelle di seconda classe, irrilevanti ai fini decisori sono state vendute a a un miliardario messicano tycoon nel campo delle telecomunicazioni, del sistema bancario e del petrolio) conosce bene qual è il suo ruolo.

Joe Biden ora sa che per riscattarsi della brutta figura fatta a Kabul deve riprendere il  “sogno” del popolo americano (!)   di “esportare democrazia e  rispetto dei diritti civili” nel mondo; obiettivo, peraltro, sempre perseguito dal Presidente di cui è stato vice, Barack Obama, detentore indiscusso del primato delle guerre intraprese nel corso del suo mandato.

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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