Quando giovanissimo mi accostai alla politica si contrapponevano, a volte ferocemente, concezioni diverse della società, animate da un fervore ideologico eccessivo, che sfociava sovente in giovanili, sane scazzottate. Avevo deciso di non arruolarmi ad alcuna di tali “chiese ideologiche” (fascisti, comunisti, cattolici, ecc.) ma di scegliere la cultura della ragione, che in quanto metodo, rifiuta ogni dogma. Comprendere la diversità liberale era certamente più difficile, rispetto alle scelte visionarie. Tuttavia, pur nello scontro spesso fondato su concezioni assolutistiche ed a volte autoritarie, il confronto politico era vivo e rimaneva uno spazio per il partito della libertà, elettoralmente minoritario, ma intellettualmente rispettabile  e rispettato.  Caduta la cosiddetta Prima Repubblica sotto i colpi di una magistratura e di un’informazione politicizzate, al soldo di chi dall’esterno, anche sul piano internazionale, voleva colpire l’Italia, distruggendone il tessuto democratico, venne l’era dei barbari. Le prime tribù furono arruolate da ambiziosi padroni o risultarono la riedizione del frutto avvelenato del cattocomunismo, sia pure celato sotto nuove denominazioni. Infine venne il tempo dei selvaggi e cannibali del M5S. la conseguenza fu che il Paese, desertificato sotto il profilo della cultura politica, ha finito col produrre soltanto soggetti padronali, senza democrazia interna, ma principalmente privi di una pur modesta vocazione ideale ed intellettuale. Siamo quindi passati dai partiti ideologici a quelli delle cosiddette cose concrete. La politica attuale non si divide più sul piano culturale o della concezione della società, ma su quello, brutale e sovente anarcoide, delle promesse concrete, o meglio ancora delle elargizioni, con l’intento di dividere, anzi di contrapporre la società in base alla promessa della tutela di interessi con provvedimenti devastanti per le finanze pubbliche.

Tra elargizioni concesse ed altre annunciate, sono state bruciate cifre di decine di miliardi ed altrettanto potrebbe avvenire in futuro, sperperando quanto dovesse venire dal Recovery found, come se si trattasse di risorse infinite, spendibili al di fuori di rigide regole e precisi percorsi. Il mercato delle illusioni ha aperto i suoi battenti e gli ingenui accorrono!

Destra e sinistra adottano lo stesso identico metodo, con l’unica differenza che chi è stato nelle maggioranze di Governo degli ultimi anni ha già azzannato la sua parte di preda, buttando una enorme quantità di soldi pubblici per incrementare il fannullonismo ed il lavoro nero e per aumentare il numero dei pensionati in giovane età. Gli altri intendono farlo in futuro. Tutto questo consente il fiorire di attività clandestine e toglie lavoro e clienti ai giovani professionisti, che faticano ad avviare nuove attività. Per fortuna il pugno di ferro di Draghi sta tenendo a freno l’orda famelica, ma non si sa per quanto tempo ancora. L’assalto alla diligenza è reso più rapace, oltre che per i fondi del New generation EU, anche per il modesto miglioramento dei dati della produzione  industriale. Nessuno pensa invece di sfruttare una congiuntura astrale irripetibile a causa del Pil in leggera risalita, dopo oltre un decennio nero. L’autorevolezza e competenza di Draghi, la sua determinazione, insieme all’indiscusso prestigio internazionale ed alla straordinaria capacità di non lasciarsi turbare da nulla, fino ad ora lo hanno reso capace  di piegare gli alleati e permettersi il lusso di minacciare di accompagnarli alla porta, perché convinto di avere il consenso della maggioranza degli italiani.

I partiti presenti in Parlamento o sedicenti tali, appaiono privi delle caratteristiche fondamentali di democraticità interna e della certezza di una linea politica stabile, oltre che di leader di reale e stabile prestigio in quanto  dotati di indiscutibile spessore culturale e chiarezza di visione sul futuro. Nonostante la congiuntura favorevole e la personale autorevolezza del Presidente del Consiglio, il Paese rischia tuttavia di non andare da nessuna parte, sprecando risorse, come ha fatto sin dall’inizio della legislatura, senza riuscire a disegnare una politica economica coerente ed efficace, una strategia virtuosa nell’impiego dei fondi che arriveranno dall’Europa e, principalmente senza portare a termine nessuna delle riforme necessarie, pretese dalla stessa Unione Europea a fronte della concessione di aiuti importanti, in parte anche a fondo perduto. Soltanto ritocchi minori nel campo della Giustizia sono destinati a non produrre effetti o ad appesantire ulteriormente il sistema, grazie anche alla complicità di un Ordine Giudiziario inaffidabile ed animato da una istintiva rivalità con il mondo politico, sul quale intende, ancora dopo un quarto si secolo,  continuare a primeggiare. All’orizzonte non si vede l’ombra della pur indifferibile riforma fiscale, fonte di ingiustizie e privilegi, che andrebbero subito corretti, eliminando eccezioni, esenzioni e regalie, nonché ristabilendo una progressività ragionevole, finalmente prestando la dovuta attenzione ai ceti medi con  l’abbattaìimento delle aliquote a carattere espropriativo, che producono soltanto evasione tributaria e fuga verso i paradisi fiscali. Confidiamo che almeno gli interventi più necessari, il Presidente Draghi riuscirà ad imporli  ai partiti acefali che lo sostengono, guidati da leader di una povertà tale, da apparire patetici, a destra come a sinistra, tanto che il loro successo risulta effimero e presto finirnno col precipitare nel dimenticatoio. Nani culturalmente, senza una visione prospettica, conoscono solo la regola del baratto con i propri elettori, che tuttavia non si fidano più delle sole promesse e pretendono qualcosa di più concreto, minacciando altrimenti di schierarsi con la vuota e sterile protesta globale fascistoide della Meloni. In un simile clima destra e sinistra sono entità astratte, soltanto sentimenti ancestrali, opzioni che provengono dell’istinto, piuttosto che invalicabili barriere culturali, fondate su valori e principi. Vige la regola dell’appartenenza, piuttosto che quella sana della convinta adesione. L’esempio più eclatante sono i Cinque Stelle, tre anni fa Partito di larga maggioranza relativa, che per due anni ha persino espresso un elegante indossatore come Presidente del Consiglio ed oggi lo ha promosso leader. Sono visibilmente in decomposizione e destinati a scomparire rapidamente come una meteora.  Il PD, erede della grande tradizione cattocomunisa, dopo un continuo cambio di leader, tutti rapidamente bruciati, si appresta a mettere sulla carbonella il modesto Letta, che, probabilmente anche per sfortuna, non ne azzecca una. La Lega dimostra ogni giorno la  quasi totale incomprensione tra un partito a vocazione di governo dei territori e, attraverso Giorgetti, anche di buon senso nell’Esecutivo nazionale, rispetto ad un segretario movimentista e velleitario, che insegue le frange elettorali più disparate, spesso sbagliando clamorosamente e perdendo prestigio e presa sul suo stesso Partito. Un caso diverso è la Meloni, che come fascista di borgata, non ha alcun dovere di possedere un back groud culturale e politico, ma le basta una contestazione continua e gridata, sfruttando il cattivo umore di un Paese insoddisfatto per raccogliere consensi e ritrovarsi con una larga base istintivamente facistoide, che si sente sdoganata, insieme al consenso dei settori della più disparata e cervellotica protesta, come i No vax.

L’Italia non può inseguire simili personaggi da operetta. È sempre così quando non circolano idee in grado di suscitare entusiasmo e non vengono selezionati leader degni di questo nome. Uno degli sport più praticati nel mondo politico di quest’ultimo quarto di secolo è stata la denigrazione dei partiti del passato e dei rispettivi leader. Confrontando lo spessore culturale, la capacità di intuito, la lucidità di visione, prendo a caso, di De Gasperi, Andreotti, Moro, Togliatti, Fanfani, Donat Cattin, Craxi, La Malfa, Saragat, Malagodi, e potrei continuare a lungo nell’elenco, con gli odierni Di Maio, Conte, Zingaretti, Letta, Salvini, Meloni, Speranza, semplicemente non c’è gara. Ho voluto tener fuori Berlusconi e Prodi, che, avendo rappresentato un periodo di mezzo,  certo non hanno nulla a che fare con i veri uomini politici del passato, ma considererei offensivo accomunarli ai nuovi dell’ultimo decennio. Come se ne potrebbe uscire? Francamente non lo so. Sono convinto invece che ai pochi liberali rimasti competa il dovere di denunciare la situazione paradossale che stiamo vivendo e chiedere uno spazio, anche modesto, come è stato in passato, quando rappresentavano la coscienza critica della società italiana, per evitare il totale disastro, che produrrebbe la conseguente cacciata  della intera classe politica con i forconi da parte di un popolo inferocito.

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