Quando Marco Pannella proponeva il referendum intendeva aprire una nuova fase politica:  principalmente sui diritti civili. Perché quei primi referendum, di fatto, pure scardinarono un sistema ancora del tutto immobile, tenuto congelato da quella parte del mondo cattolico che si proiettava -per via mediata- nella vita politica, pur tenendo formalmente fermo il distacco tra i poteri spirituale e temporale.

Divorzio e aborto divennero tasselli essenziali per avviarci su di un nuovo scenario.  Onore a Marco Pannella.
Oggi siamo giunti all’abuso di questo strumento consultivo e/o abrogativo.
Perché porta avanti i referendum chi non può o riesce a fare della seria opposizione nelle Aule parlamentari: non sempre per  incapacità, ma anche per condizioni oggettive di compressione dei tempi, le ultime controfirmate e sottoscritte -in quanto a impegni- con la CE.
I referendum on-line, poi, sono il massimo: per il 90% essi non vanno mai in porto, però si discute, discute, discute….
Ecco, il punto pare essere questo: la facilità di proporre quesiti referendari su tutto lo scibile altera, di fatto, il corretto rapporto tra elettori ed eletti.
Questa sorta di “Grande Fratello” turba, in verità, il valore stesso della nostra democrazia rappresentativa nonché quel residuo di parlamentarismo che dovrebbe -su quei temi- fare il proprio dovere quotidiano.
Il referendum, ha sostenuto il Presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Flick, “va usato cum granu salis”: ribadendo che la sovranità appartiene sí al popolo, ma che ogni suo stravolgimento e abuso deve preoccuparci assai.
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