Secondo un recente studio della Commissione europea quattro cittadini su cinque ritengono che la corruzione debba essere considerata un grosso problema nei loro paesi di provenienza. La corruzione, sottolinea la Commissione, rimane uno delle più grandi sfide per tutte le società e ovviamente l’Europa non fa eccezione, infatti si stima che costi circa 120 miliardi di euro l´anno, pari più o meno l´1% del PIL europeo. Le tangenti sia che siano il corollario di un’attività criminale organizzata, sia che si calino in un contesto politico, sia che siano fra privati o derivino da abuso di potere hanno un effetto tremendo per l´economia di un paese. Esse aggirano il processo democratico ostacolando la normale ed equa gestione dell’economia e naturalmente, rilevano ancora da Bruxelles, penalizzano gli onesti.

È in questo contesto che gli Stati membri hanno dato alla Commissione un mandato politico al fine di sviluppare una strategia comune contro la corruzione. Il programma di Stoccolma, sottoscritto da tutti gli Stati membri, fissa le priorità dell’Unione europea per lo spazio di libertà sicurezza e giustizia per il periodo 2010-2014. Esso mira ad accogliere le sfide future e rafforzare lo spazio europeo di giustizia, sicurezza e libertà ponendo in essere azioni concentrate sugli interessi e sulle esigenze dei cittadini.

Il primo passo consiste nel pubblicare ogni tre anni a partire dal 2013 un rapporto contenente le valutazioni sui progressi compiuti dai singoli governi nel prevenire e ridurre la corruzione. All’interno del programma di Stoccolma inoltre verranno compiute dalla Commissione importanti proposte per rafforzare i requisiti anticorruzione, fissare altre condizioni anticorruzione e garantire una più stretta collaborazione con le agenzie UE.

Una nuova relazione, pubblicata lo scorso 6 giugno evidenzia come diversi paesi non abbiano ancora attuato le norme UE contenete nella decisione quadro 2003/568/GAI (Consiglio sulla giustizia e gli affari interni) relativa alla lotta alla corruzione nel settore privato. Questa decisione ha la finalità di assicurare che la corruzione passiva e la corruzione attiva nel settore privato siano considerate come penalmente perseguibili con pene effettive, proporzionate e dissuasive in tutti i paesi membri.

L´articolo 2 della decisione quadro del 2003 definisce la corruzione privata messa in atto durante l’esercizio di attività commerciali. Agli stati membri è stata data la possibilità, per un periodo transitorio di 5 anni, di limitare la portata della corruzione privata soltanto ai casi in cui si verifichi, con la corruzione, una distorsione della concorrenza nell’acquisto di beni e di servizi commerciali. Gli Stati  membri che hanno intrapreso questa strada, tra cui l´Italia, sono ora esortati a modificare, sono infatti scaduti i cinque anni, la legislazione e ad allinearla con la decisione quadro estendendo la portata della corruzione privata.

Inoltre il rapporto rileva come soltanto pochi Stati membri non abbiano ancora adottato le misure necessarie affinché le persone giuridiche possano essere dichiarate responsabili degli illeciti riguardanti la corruzione privata sia nel caso in cui istighino alla corruzione, sia nel caso in cui manchino di supervisione (articolo 5 della decisione quadro 2003). Questi paesi, che di conseguenza non hanno adottato nemmeno le relative sanzioni riportate nella decisione (articolo 6), si contano sulle dita di una mano (Repubblica Ceca, Cipro e Malta). Potevamo  noi rifiutare di far parte di una così ristretta elite? Ovviamente no.

Il nostro paese è dunque indietro rispetto agli altri Stati membri nella trasposizione delle norme europee sulla corruzione privata; auspichiamo che nel prossimo futuro queste norme vengano trasportate nell’ordinamento italiano e che le parole della Commissione non siano vane, affinché anche l´Italia contribuisca a creare una vera e propria strategia comune contro un crimine che non conosce limiti geografici e anzi si concentra in paesi, come il nostro, che purtroppo “ospitano” forti organizzazioni criminali.

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