Non amo l’horror classico e non ho mai visto i film di Mike Flanagan né letto più di un libro di Stephen King. Eppure….sarà per la mia avversione a ogni genrere di fanatismo cieco e irraziomale… questa miniserie del regista statunitense, Midnight Mass attualmente messa in programmazione da Netflix sugli schermi televisivi adatti alla ricezione dei prodotti streaming delle piattaforme digitali (sottratte ai veti e alle censure di autorità iperprotettive), mi ha affascinato e tenuto legato alla poltrona.

Certo taluni effetti stroboscopici, le immagini terrifiche di angeli-diavoli-robot volanti con enormi ali di plastica, di ettolitri di sangue versati da ferite corporee e ingordamente bevuti da invasati cattolici, di corpi senza vita di gatti dilaniati sulla spiaggia da famelici gabbiani e di pupille iperluminose, preludi ad autocombustioni se nza possibilità di scampo alla morte, mi hanno disturbato come sempre in altri film horror, ma la tensione crescente, scandita sui capitoli della Bibbia dalla Genesi all’Apocalisse, le immagini di una piccola isola, Crockett island,  devastata da un male oscuro (l’invasamento religioso?) pur nella bellezza di albe e tramonti  di struggente o folgorante bellezza rappresentano indubbiamente il frutto di una maestria registica difficile da ignorare.

A differenza di altri  narratori tout court di storie paurose, Flanagan si muove disinvoltamente nel campo dell’horror oltre che per suscitare paure e sobbalzi sulla sedia dello spettatore, per raggiungere soprattutto obiettivi e finalità di diversa natura che stimolino la riflessione.

Egli è verosimilmente dell’idea che il fondamentalismo religioso, soprattutto quello più assolutistico, intransigente e intollerante (del cattolicesimo ma, si può aggiungere, anche degli altri due monoteismi mediorientali e quello politico: estremismi non rappresentati nella miniserie) non vada mai preso di petto; altrimenti provoca chiusure a riccio che ritardano la lucida comprensione della realtà nei soggetti  che  sono vittime di insegnamenti catechistici sin dall’infanzia, soprattutto ecclesiali (ma anche ambientali, familiari, culturali e filosofici).

E’ questo l’ammaestramento che lo spettatore ricava dalla visione di Midnight Mass. 

Flanagan è convinto del potere distruttivo per l’umanità sia della religione sia della credulità popolare (e si può aggiungere: del fanatismo non solo ad esse correlativo ma anche politico) ma sa che dietro lo scudo dei nobili fini proclamati, prevalentemente falsi,  si nasconde una realtà –quella sì terribilmente  vera- di invidia e cattiveria umana.

Con grande abilità egli inserisce in un contesto di centoventisette abitanti di un’isola sperduta nell’oceano uno sceriffo di origine mussulmana e fa sviluppare tra lui e il figlio una discussione in cui il giovane rimprovera al padre di averlo “fatto maomettano” e di considerarlo fedele di Allah senza averlo mai interpellato in proposito. Osservazione che ogni “battezzato cristiano”  potrebbe prospettare ugualmente  ai propri genitori.

La diatriba tra un’ottusa, perfida e crudele zitella cattolica e il predetto, testardo sceriffo islamico (che qualcuno chiama, per dileggio, “sharif”) mette in luce che nessuna religione, pur con la sua (probabilmente ipocrita) buona volontà di redenzione, potrà mai cambiare la natura perfida della gente, anche se la “ragione”, invece, può cambiare individualmente  chi, da solo con se stesso, intenda veramente seguirla senza paraocchi di alcun genere.

Flanagan sa e ci dice che la crisi della fede, pure esistente per le malefatte dei preti (in larga misura pedofili, e in misura più ridotta  dissipatori del denaro dato dalla gente per beneficenza) può con artifici vari essere tamponata, per l’innegabile  presenza sulla Terra di fattori soprannaturali, imprevedibili e ancora inspiegabili dalle ricerche della scienza (anche se di energie come gli ultrasuoni, le onde magnetiche e altro sono provati gli effetti terapeutici), che possono far gridare al “miracolo”e rinfocolare lo zelo religioso, dando nuova linfa all’irrazionalità.

Il “serial” anche fuori dell’ambito religioso, tratta con garbo problemi  importanti, soprattutto circa la “sacertà” della famiglia.

Il padre del protagonista, a differenza della moglie che è felice di riabbracciare il figlio che ha scontato quattro anni di reclusione sul continente per un omicidio stradale commesso in stato di ebbrezza, confessa di sentire soltanto rancore per il figlio a causa dei problemi, anche economici,  che gli ha procurato.

Una delle protagoniste femminili confessa che sua madre le aveva confidato di essersi sentita “tarpare” le ali quando aveva scoperto di essere incinta e che lei, invece, in verosimile polemica con la genitrice, era stata felice di lasciarsi ingravidare da un oscuro figuro (che poi aveva mandato all’inferno) quando aveva immaginato di poter riversare il suo affetto sulla creatura che portava in grembo e avere, magari illusoriamente, la sua compagnia oer il resto della vita.

Di questo e di molto altro, come lo scontro degli egoismi familiari e il moltiplicarsi esponenziale  delle deformazioni psicologiche prodotte dagli irrazionalismi , parla la miniserie.

E ciò sulla scia dei serial mondiali, con l’eccezione di quelli italiani, immutabilmente “codini”, conformistici e privi di coraggio.

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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