Il concetto da taluni è attribuito a Einstein, ma anche se così non fosse, esso manterrebbe tutto il suo valore: per cambiare la realtà bisogna mutare il tipo di pensiero che l’ha creata.

Certo non è cosa facile. Di alcune “presunte, asserite verità”, una volta penetrate in menti infantili del tutto indifese non è facile liberarsi anche in età adulta; diventano “luoghi comuni” e compensano la pigrizia della mente.

Inoltre, la paura dell’ignoto ostacola enormemente  il  tentativo di mutare i propri convincimenti.

Eppure, oggi, il termine  politico più ricorrente in Occidente è divenuto: “cambiamento”. Per la Sinistra variegata e composita che governa la maggior parte dei Paesi del Vecchio e del Nuovo Continente (Democratici, Socialdemocratici, Cristiano sociali, Democristiani, Verdi, Liberals e Liberali di matrice idealistica tedesca) si tratta di una sorta di “parola d’ordine”.  “Cambiare per non soccombere” è il motto di chi, dopo averlo avversato per decenni, si è convinto della tesi splengheriana sul tramonto dell’Occidente.

D’altronde,il quadro per le cosiddette liberal-democrazie occidentali è fosco.

Sul piano bellico, con la recente sconfitta in Afghanistan si chiude un ventennio di guerre perse e un periodo plurisecolare di guerre di religione che hanno insanguinato il mondo.

In economia, l’usura è sfuggita al controllo degli Stat occidentali: le Banche sono esse a dirigere e controllare i Paesi. A volte, al potere delle Autorità pubbliche per così dire ufficiali sostituiscono uno strapotere di gran lunga maggiore delle Istituzioni del Deep Statedove infiltrano propri “agenti segreti”: è il caso degli Stati Uniti d’America dove non si giunge alla carica presidenziale e non vi si resta senza il sostegno degli gnomi di Wall Street. In Europa, la democrazia ha ceduto addirittura il bastone del comando ai tecnocrati della Finanza che spadroneggiano da Bruxelles egli Stati membri, nell’assenza di un vero potere politico unitario.

Sul piano culturale, le tre religioni monoteistiche mediorientali (in varia e diversa misura) e le concezioni filosofiche postplatoniche, esasperate dall’idealismo tedesco di fine Ottocento, hanno impedito ogni libero fermento intellettuale con imposizioni assolutistiche, sostanzialmente chiuse e intolleranti, chiaramente ipocrite nel loro universalismo di pura maniera volto a coprire colonizzazioni speso feroci e sanguinarie.

Certamente, anche in Oriente, le guerre non sono mancate e quella parte di mondo si è macchiata di colpe per fatti di non miniore crudeltà.

Non si è fatto, però, ricorso alla menzogna  dell’umanitarismo compassionevole universale  (la stessa perversa ideologia del comunismo, mutuata dai cattivi maestri occidentali  è stata limitata a un solo Paese e poi prontamente ripudiata.

L‘alba attuale dell’Oriente  appare anche economicamente radiosa.

A me preme, in questa sede sottolineare, che una spia della crescita orientale  è data anche dalla creatività che, in quella parte del globo, appare sempre più particolarmente libera. Il cinema sudcoreano è oggi considerato, e non senza ragione, il migliore del mondo e le stesse piattaforme digitali occidentali, finalmente prive ormai  di ostacoli e censure esterne, si  impossessano soprattutto di produzioni orientali per programmarle su Netflix, Prime Video Amazon, Disney e via dicendo.

Nella realtà orientale creata dal pensiero asiatico, politico e religioso,  nessuno invoca  quel cambiamento di mentalità di cui parla Einstein, tanto invocato in Occidente e implicito nell’allarme lanciato da Spengler. Perché?

A mio giudizio, le ragioni sono, almeno in parte, queste. Anche se è opinione molto comune e piuttosto diffusa  che l’Asia sia stato il luogo di nascita e di sviluppo  della maggior parte delle religioni mondiali, l’rreligiosità, l’ateismo, l’agnosticismo  sono oggi  in stragrande prevalenza nei più popolosi Paesi Orientali. In Cina il 59% degli abitanti dichiara di non essere religiosa e sostanzialmente atea; in Vietnam e in Corea del Sud   la percentuale è del 46%; in Giappone del 51%. Il che, in soldoni, significa che la gente fa uso del proprio raziocinio e non degli insegnamenti religiosi o pseudo-filosofici che, interessatamente, riceve.

Inoltre: da noi i sistemi di fede si pongono come dottrine astratte e ideologiche,  in Oriente, in via generale, si considerano le cosiddette, personali “credenze” come  meri fatti privati, irrilevanti nella sfera dei rapporti pubblici e sociali.

Infine, in Oriente, le manifestazioni di culto  religioso o di fanatismo ideologico non sono di norma fenomeni di massa e quindi non   generano perplessità e/o diffidenze nelle autorità pubbliche; in Occidente, invece,  esse, per la loro espansione nelle piazze, producono serie preoccupazioni, nei governanti. Una cosa è, infatti, un culto degli Dei e degli avi  praticato in ambito privato e familiare davanti a un altarino domestico, un’altra cosa sono le processioni interminabili con Madonne pellegrine o le masse di fedeli che si inginocchiano e toccano la terra con il capo in ore convenute, dovunque essi si trovino.

Anche le filosofie in Oriente non sobillano rivolte o assalti cruenti. In Cina, il Confucianesimo è un sistema articolato e complesso di prassi etica e di filosofia sociale, politica che si sovrappone morbidamente al culto popolare cinese degli antenati e il Taoismo punta a realizzare per l’individuo una vita armonica tra buio e luci (Ying e Yang); in Giappone lo Scintoismo tende a riallacciare presente e passato per favorire  una loro intima connessione utile all’Uomo; nella maggioranza degli altri Paesi asiatici (Buthan, Sri Lanka, Birmania, Cambogia, Laos, Thailandia, Singapore, Tibet, Mongolia) domina il Buddhismo, anch’esso visto come mezzo di elevazione  morale e intellettuale dell’Uomo.

La divaricazione tra Occidente e Oriente che si è descritta non era così netta prima dell’irruziuìone in Occidente delle tre religioni monoteistiche mediorientali.

Sofisti e presocratici, ponendo l’individuo e la realtà fisica al centro dell’attività speculativa, si proponevano di dare soluzioni adeguate e sagge a problemi esistenziali e morali.

Conclusione: la sostituzione dell’individualismo presocratico e sofistico con gli universalismi, platonico e religioso mediorientale è stato il momento di rottura dell’Occidente con il “meraviglioso antico” di cui parla Leopardi e l’inizio della sua discesa verso gli inferi del tramonto splengheriano.

L’universale, il trascendente e l’assolutismo  che si riscontrano anche nell’induismo (che parla dell’esistenza di una coscienza universale e di un Dio assoluto Vishnu o Shiva) coinvolgono l’India nel nostro stesso destino (non a caso, i film indiani si vedono solo nel Paese di origine).

Intenditoribus pauca: chi vuol cambiare qualcosa dovrebbe porsi il problema  da dove cominciare.

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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