Se è vero cioò che dice Einstein e cioè che il “pensiero” deve mutare se si vuole un cambiamento della realtà che ci circonda, è altrettanto certo che il “pensiero” quando è dominante in un contesto sociale ci consente di

cogliere  la diversità delle varie realtà esistenti sul pianeta.   Si può aggiungere quindi, rispetto  all’heri dicebamus, che se l’Occidente, globalmente inteso, è in crisi rispetto all’Oriente, ciò non significa che nel suo stesso ambito non possano farsi delle distinzioni.

V’è un pensiero, in molte parte diverso, tra i vari Paesi influenzati dalla cultura idealistica hegeliana che è volta all’universalismo astratto e quelli di cultura empiristica e pragmatica, che sono intrisi di individualismo (nel senso filosofico greco) molto concreto.

I primi si sono lasciati abbacinare per oltre due millenni da assolutismi irrazionali e ritenuti (irrealmente) salvifici dell’intera umanità e da fantasie utopiche se non addirittura oniriche; i secondi hanno saputo mantenere, nelle loro scelte, un tasso di razionalità piuttosto elevato.

Certo il fatto che  gli uni e gli altri abbiano subito nel settore dell’attività, più che privata, intima, ma, purtroppo, anche con riflessi negativi in quella pubblica gli effetti nocivi di un un puritanesimo di tipo sessuofobico e religioso è circostanza che li accomuna in una parte di “male” ma non annulla le differenze.

Gli esempi delle concrete diversità di comportamento in politica chiarisce meglio l’idea.

Oggi, in Italia, siamo alla vigilia di una tornata elettorale e molti parlano e discettano sul “silenzio elettorale” legislativamente imposto al Paese. Nessuno sembra accorgersi dell’ipocrisia insita nel cosiddetto blackout della propaganda politica.

Si ripete, come in una giaculatoria,  che esso consente ai cittadini un giorno per riflettere sul voto in totale autonomia: e ciò per effetto  del divieto di comizi, di annunci, di riunioni in luoghi pubblici e dell’affissione di nuovi manifesti elettorali (in Italia, si precisa pignolescamente: a meno di 200 metri dalla sede del seggio); e ancora, si aggiunge, grazie al bavaglio posto alle emittenti televisive, pubbliche e private e alla previsione di severe sanzioni (peraltro, mai applicate, soprattutto nei confronti di uomini politici di una certa popolarità e/o notorietà per le dichiarazioni rilasciate,  nel giorno stesso del voto e ai seggi, a fotografi e giornalisti).

Nell’ambito degli altri Paesi europei dominati dalla “cultura” assiomatica (assolutamente prevalente nella parte continentale) la giaculatoria cambia di poco. C’è qualche Paese che, per dimostrarsi più acuto e intelligente, si duole che,  a carte in tavola divenute nell’era elettronica radicalmente diverse, nessuna legge nuova preveda di sottoporre all’obbligo del silenzio le piattaforme digitali (“internet” e altri social network) con video e  post , pur essendo esse utilizzate da un’alta percentuale di utenti e qualche altro, come l’Italia che, invece, fa addirittura finta di niente.

Naturalmente il panorama cambia nei Paesi con tracce ancora ben visibili dell’individualismo empiristico ereditato dal mondo greco-romano. . E’ il caso degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito di Gran Bretagna.

Essi  non hanno mai osservato nessun periodo di blackout e i messaggi elettorali, i sondaggi di opinione sono sempre stati diffusi in qualsiasi momento

A mio giudizio, tale visione delle cose appare molto più corretta e razionale. Il problema della serenità e autonomia delle scelte elettorali dipende da ben altro che da volantini distribuiti alla chetichella o da tabloidmessi a meno di duecento metri dal seggio elettorale.

Le notizie che maggiormente possono alterare le motivazioni del voto e stravolgere  le percentuali del consenso politico sono quelle provocate dall’uso politico della giustizia e dalle possibili fomentazioni di moti rivoltosi di massa; notizie pubblicate anche poco prima dell’apertura delle urne.

Iniziative giudiziarie e colpi a gragnuola contro le forze di polizia possono avere effetti politici stravolgenti.

Entrambi questi mali sono particolarmente diffusi nella vita politica italiana.  

L’uso politico della giustizia è nel Bel Paese di  antica data e, per diversi decenni, è stato accettato dagli Italiani elettori, solo perché acceccati, nella loro stragrande maggioranza, dalle contrapposte faziosità ideologiche che permeano la vita politica del Paese.

Secondo una visione storica ormai difficile da screditare, molte iniziative giudiziarie hanno avuto, in Italia, soprattutto l’effetto di provocare ricambi nella classe dirigente del Paese.

Il caso Montesi, nell’immediato dopoguerra, aveva prodotto l’effetto di colpire duramente Attilio Piccioni per togliere, sostanzialmente, dalla scena politica italiana Alcide De Gasperi, le cui fortune a livello internazionale, erano state compromesse da alcune sue prese di posizione nei confronti di una Nazione estera molto potente.

Per non ostacolare o ritardare il processo di “socialdemocratizzazione” del partito comunista, a opera dei cosiddetti “miglioristi”, fortemente voluto dai tycoon della finanza mondiale dopo il crollo dell’Unione Sovietica (al fine evidente di acquisire al mercato occidentale, i tanti rubli messi da parte dagli uomini della Nomenklatura), l’eliminazione della scena politica italiana di un intero partito (quello socialista) e del suo leader, Bettino Craxi, era stata ritenuta, verosimilmente, necessaria e indispensabile.

Conclusione: Se gli avvisi di garanzia cosiddetti “a orologeria” emessi nei giorni del cosiddetto “silenzio elettorale” (e lo stesso può dirsi per sommosse che non si sa come e da chi favorite) continuano a imperversare nel Bel Paese non è fuori luogo dire una volta per tutte che   la legge che  riguarda il preteso blackout è solo un’ ipocrisia che non fa onore all’intelligenza del popolo nel cui nome è stata emanata. Tanto vale, quindi, abolirla per carità di patria.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

 

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