Le supponenti autogiustificazioni di Giorgia Meloni sui guai combinati a Roma sono arrivate sino al punto di asserire che il centrosinistra avrebbe “forzato” lo scontro oltre ogni misura; Matteo Salvini, per il canto suo, ha detto invece che la propria coalizione avrebbe vinto per il numero di borghi, Comuni montani e valligiani, financo bocciofile conquistati, operando una sottile omissione d’ufficio sul nucleo della contesa: Roma e… “dintorni” (compreso quello che era il Feudo del rubizzo Durigon).

Nessuno dei due sodali ha accennato a uno straccio di autocritica: che, più semplicemente, avrebbe dovuto  partire dalla umile constatazione che non è più l’esclusivo sovranismo a convincere un Paese che -in fondo- vuole rimanere in Europa, rispettando pure le regole che ha sottoscritto.
Questa leggera autoreferenzialità pervade pure una sinistra incapace di notare le pericolose crepe strutturali che si sono aperte nel pavimento del proprio tinello.
Inoltre, il redivivo Segretario del PD Enrico Letta ha cantato la vittoria omettendo di notare il pericoloso foraggio sparso a piene mani su di un preoccupante astensionismo che ha avuto anche a sinistra il suo epicentro.
Una volta accadeva che -dopo consistenti smottamenti politici- i Segretari nazionali si dimettessero, ovvero aprissero importanti incontri riflessivi, per lo più autocritici, nonché generatori di nuove classi dirigenti.
Ora più nulla.
Ma quella era la maledetta Prima Repubblica, dove i… Capi avevano il Vinavil che colava dal sedere e invece ora noi non ci accorgiamo di interi decenni passati con questo sistema che ha sempre le stesse persone al comando…
Che siano queste le ragioni profonde che alimentano la totale disaffezione che si è appalesata domenica e lunedì scorsi?
Con livelli mai raggiunti di rinunce elettorali e politiche?
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