Il tempo moderno ci ha abituati ad adeguarci a cambiamenti rapidi, modificando le nostre abitudini, trasformando il nostro approccio anche per quanto riguarda le azioni quotidiane: il modo di spostarci, di vestire, di mangiare, di occupare il tempo libero, di lavorare, di curarci, di viaggiare, di relazionarci.

La politica, tendenzialmente conservatrice nella difesa dei propri riti, abitudini, meccanismi, convinzioni, equilibri, normalmente arriva in ritardo rispetto alle, spesso convulse, pulsioni della società. L’ultimo trentennio invece ci ha riservato rapidi mutamenti, nuove sensibilità, nascita di nuovi punti di riferimento e nuovi miti. In poco tempo siamo passati dalla contrapposizione tra partiti ideologici, che si ritenevano eterni e nuovi soggetti completamente diversi, più ancorati alle emozioni che capaci di prospettare visioni. Tali partiti emozionali si sono sempre più identificati nelle figure dei rispettivi capi, che sovente ne sono stati o divenuti i padroni. Rapidamente rispetto a soggetti politici, che riunivano individui i quali condividevano comuni sensibilità, ci siamo trovati di fronte a partiti personali, che, anche grazie al potere sconfinato derivato dalle recenti leggi elettorali, hanno avuto il privilegio di nominare gli eletti e poterne disporre, come fedeli soldati, anche se tale sistema, poi, ha fatto esplodere il fenomeno di un gran numero di disertori. Tuttavia la rapidità con cui tramontano gli equilibri instabili di ogni sistema precario, sovente ha travolto gli stessi leader, che, dopo ascese folgoranti, si sono ritrovati esposti al rischio di precipitare altrettanto velocemente. Da una  politica intrisa di un  idealismo sovente utopistico, in pochi decenni, è esploso il nuovo fenomeno che le maggiori formazioni, prive di collante valoriale, sono affidate al carisma ed al connesso potere di singoli, despoti quasi assoluti. Soggetti fondati su culture contrapposte e ritenute salvifiche, sono stati sostituiti  da nuove formazioni padronali dei capi, unici responsabili del loro successo o della disfatta. Abbiamo vissuto decenni di confronti, anche serrati, alla ricerca della coerenza assoluta a valori e principi fondanti, in cui i dissidenti venivano accusati di eresia per essersi allontanati dalla linea ortodossa. Avveniva che Partiti con la medesima matrice ideologica o culturale, si sdoppiavano, attraverso scissioni in cui ciascun troncone riteneva di essere il detentore della tradizione più pura. Oggi conta la fedeltà  assoluta al capo, che può gestire il soggetto di cui è alla guida in modo assoluto: nomina parlamentari, sceglie ministri, affida incarichi su un piano strettamente fiduciario e sovente arbitrario, ma nessuno contesta tale metodo, salvo il giorno in cui viene retrocesso ed allora si allontana, traslocando al gruppo misto, per formare o ritrovarsi in un altro gruppo politico, accusando il precedente padrone di tradimento della ortodossia, di cui sarebbe invece l’interprete autentico.

Il cosiddetto teatrino della politica, è come una specie di Accademia dell’arte, dove si recita a soggetto e non esistono più regole immodificabili, con la conseguenza che soggetti di destra tendono ad appropriarsi di cavalli dei battaglia della sinistra, o viceversa, non per convinzione, ma ritenendo di trarne un vantaggio elettorale. Le competizioni elettorali divengono sempre più come una partita di calcio, con regolari tifoserie, campioni dai quali attendersi miracoli, ma principalmente giocatori pronti a cambiare squadra, se  l’allenatore, magari non per sua colpa, sbaglia una mossa e perde un’elezione.  Ben orchestrate campagne mediatiche, anche ricorrendo talvolta a mezzi scorretti per procurarsi determinate informazioni, che spesso cadono nella sfera privata, vengono scagliate come vere e proprie armi micidiali contro gli avversari, costringendoli ad abbandonare i temi di una campagna elettorale in corso, per difendersi da accuse, talvolta gravissime, ma altre volte soltanto immaginifiche, per approntare una qualche difesa, quando ormai sono chiusi nell’angolo. Le vigilie elettorali spesso vengono vissute come il mercato della borsa. Un titolo che non vale nulla viene sospinto da una domanda drogata, accuratamente orchestrata, mentre buone proposte e metodi a volte intelligenti ed efficaci per realizzarle, ricevono l’accusa di velleitarismo perché definite inattuabili. La politica degli ignoranti, degli analfabeti, dei precari, dei disoccupati, dei cialtroni è in grado di produrre tutto questo, ma allontana la grande maggioranza degli elettori, che non partecipano al banchetto della spartizione delle risorse pubbliche. Il rischio è che un giorno arriveranno i liquidatori, come dopo le grandi epidemie passavano i monatti per raccogliere i morti e bruciarli nelle fosse comuni. Non sarà diverso, ovviamente sul piano politico, il destino di decine, forse centinaia di passanti, reclutati a caso per questa legislatura, che vedremo buttati in discarica.

La grande lezione dell’Illuminismo è stata dimenticata. I nuovi arrivati, barbari senza cultura e passione per la democrazia, non sapevano neanche cosa fosse. I proclami, come quello di aver abolito la povertà, si sono infranti per ignoranza ed inesperienza, risolvendosi in uno dei peggiori sprechi di pubblico denaro della storia repubblicana, con frodi, lavoro nero, assunzione di inutili presunti tutor; un disastro senza fine, che non ha sfiorato il problema drammatico e reale della povertà.

Da dove ricominciare. La destra, poco attrezzata culturalmente, si è affidata a due modesti personaggi, in preda entrambi ad una grave crisi da super-io ed in gara tra loro per il primato, i quali, dopo la sconfitta elettorale delle amministrative, giacciono a terra con le gomme sgonfie. Da più parti si invoca il Centro. Il modestissimo Letta, preso atto che la bolla Cinque Stelle è definitivamente scoppiata, dovrà cambiare strategia, ricercando nuove alleanze. Inseguirà Calenda? Potrebbe farsi male, come già avvenne con Renzi. La destra deve invece leccarsi le ferite causate da eccesso di tracotanza e desiderio di primeggiare anche all’interno della proclamata, futura alleanza. Se Berlusconi fosse ancora quello di vent’anni fa, potrebbe prendersi una bella rivincita, anche se servirebbe a poco, ma tutti sappiamo che è impossibile.

Come nel gioca dell’oca, si ritorna al punto di partenza: l’unica soluzione consisterebbe nel rapido abbattimento dei partiti padronali ed autoritari per rilanciare la partecipazione attiva dei cittadini, che hanno mostrato il loro disinteresse attraverso un larghissimo assenteismo, non solo nelle urne, ma principalmente in termini di militanza, che, rispetto al passato, si è  quasi del tutto azzerata, cedendo il posto, a destra come a sinistra, a limitati cerchi magici di cortigiani dei rispettivi padroni. Non è questione di federatori, la politica non può che risorgere dalle ceneri di quella fondata sui principi, sui valori e sulle idee, non sul potere e sulla visibilità mediatica. La crisi della militanza in politica appare come quella delle vocazioni nel campo religioso. La fortunata circostanza di aver trovato come Presidente del Consiglio un fuori classe come Draghi, da sola, non basta ad uscire dalle nebbie. Una rabbia incontenibile cova nel sottofondo della società e si manifesta in un ribellismo senza senso contro il green pass, dopo aver tollerato per un lungo periodo, nella fase acuta della pandemia, restrizioni molto più pesanti. I partiti non sono all’altezza di dominarla e irresponsabilmente soffiano su un fuoco molto pericoloso. Forse tutto questo prepara l’arrivo di nuovi barbari?

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