Love (ft. Marriage & Divorce) è una nuova, recentissima serie sud coreana di 2 stagioni e 16 episodi, diretta da Yoo Jung-Joon e Lee Seung-Hoon che racconta, in forma leggera, con evidenti accentuazioni femministe, la storia di rancori, vendette, incomprensioni, tradimenti, delusioni e depressioni di tre coppie sposate, di varia età (30, 40 e 50 anni, all’incirca), intrecciando commedia, dramma e romanticismo.

Le situazioni descritte sono troppo complesse e articolate per essere riassunte in breve: spesso esse s’intrecciano e coinvolgono figli e nipoti dei protagonisti maschili e femminili.

La serie ha incontrato nel suo Paese d’origine un successo strepitoso di pubblico e ciò, probabilmente, ha convinto Netflix a offrirlo in streaming a un pubblico molto più vasto e a commissionare addirittura una terza stagione (oltre le due in programmazione) che è già entrata in lavorazione.

Il serial sembra partire dal presupposto che il matrimonio abbia una sostanziale tossicità da cui sia possibile liberarsi solo con il divorzio.

E’ una tesi forte che s’inquadra, sia pure con i toni lievi della commedia, nella direzione del nuovo cinema coreano di una critica feroce  alle istituzioni della società patriarcale (da cui pure la popolazione, come il resto del mondo, non riesce a liberarsi): matrimonio e famiglia.

Il Paese asiatico ha una disciplina molto avanzata ed evoluta del divorzio. Nell’ultimo ventennio dello scorso secolo e nei primi del terzo millennio, il numero dei divorzi in Corea del Sud è aumentato in modo considerevole.

E’ stato soprattutto rilevante l’incremento delle richieste di divorzio delle donne e delle persone anziane.

Tutto ciò è avvenuto non senza lotte e rivolte contro le aggressioni sessuali maschiliste. Le donne sessualmente molestate  hanno cominciato coraggiosamente a  denunciare gli aggressori e molti libri sono stati pubblicati sull’argomento.

Il nuovo cinema coreano si muove sulla stessa linea evolutiva e sembra scoprire la grandezza del “meraviglioso antico” Occidentale, lodato da Giacomo Leopardi ma ancora ignorato dai nostri uomini di cultura, infarciti di assolutismi religiosi o ideologici (e nel peggiore dei casi, di tutti e due insieme).

Nessuno, nel Bel Paese sottolinea a sufficienza la

formidabile intuizione dei nostri progenitori dell’antica Roma che intendevano il matrimonio come una semplice situazione di fatto che poteva cessare, in ogni momento ad libitum dei coniugi. E che ciò ritenevano, senza fare alcuna confusione tra  concetti diversi come amore, livello alto e raro di amicizia tra due esseri umani di grande affinità intellettuale ed emotiva,  piacere erotico, connesso all’utilizzo degli organi sessuali nella direzione (etero o omosessuale) più gradita al momento, convivenza,  derivante dalla decisione di due persone di diverso o di medesimo sesso di vivere nella stessa abitazione pur non essendo legate da vincoli di parentela dopo il fatto ugualmente materiale della deductio in domum mariti.

Naturalmente, come da ogni situazione di fatto  ( è tale anche un incidente stradale) l’ordinamento faceva discendere effetti giuridici sia in negativo sia in positivo.

In definitiva, si può dire che il grande merito psicologico e umano dei  Romani è stato di avere intuito che un negozio giuridico non poteva vincolare la volontà di un civis  e costringerlo a limitare la sua libertà di vita, attraverso la convivenza, di dare la privativa dell’uso del proprio corpo a chicchessia, con promessa di fedeltà (peraltro, innaturale, per la tendenza al pluralismo e alla promiscuità di ogni genere vivente, umano ed animale), di obbligarsi a generare, crescere, mantenere ed educare la prole.

Da pragmatici e concreti, quali erano, i Romani  davano soltanto il giusto peso alla manifestazione iniziale di volontà dei nubendi e richiedevano piuttosto  il continuo esercizio della volontà di mantenere in vita il matrimonio, con la cosiddetta affectio maritalis .

Essa, peraltro, aveva solo l’effetto di tenere distinto il matrimonio dal più libero concubinato, in cui il piacere erotico non era necessariamente connesso a rendere mater la donna (come indicava il termine stesso matrimonium).

Il matrimonio era normalmente sine manu, non concedeva, cioè, al marito alcun tipo di potere sulla moglie; che restava legata alla propria famiglia d’origine, anche sotto il profilo ereditario.

Ovviamente le cose cambiavano se con la coemptio (=compera in sostituzione dell’arcaica confarreatio caduta in disuso) la donna cadeva in manus del marito, perché in tal caso questi  acquisiva il diritto di uccidere persino la moglie se commetteva adulterio o beveva vino….

Purtroppo, anche i nostri antenati romani, come i sud coreani di oggi  si muovevano nell’ambito di una società patriarcale, maschilista e sessuofobica. Ma per dirla con Luis Bunuel non avevano “grazie a Dio” quel Dio terrifico che a detta dei suoi sacerdoti, vorrebbe il matrimonio addirittura “indissolubile”.

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

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