Dichiararsi “liberali” e lasciarlo credere alla gente è la cosa più semplice da realizzare. 

E’ tanto facile che “liberali” ormai si dicono tutti: cattolici, socialcomunisti e fascisti. 

L’ossimoro non fa più paura: cattolico-liberale, liberale e socialcomunista, fascista liberale sono espressioni entrate nell’uso comune non solo italiano ma anche eurocontinentale.

D’altronde, data la paternità filosofica del liberalismo europeo continentale è comprensibile una tale estensione del termine. 

In Italia “santoni” riconosciuti e riveriti del liberalesimo sono Giovanni Gentile e Benedetto Croce, seguaci dell’idealismo tedesco di fine ottocento e riveriti anche, rispettivamente, da fascisti e socialcomunisti. 

E l’Idealismo tedesco è figlio di quello platonico, fonte ineguagliabile di ogni autoritarismo politico.  Certo, l’impianto antidemocratico del suo Stato è ben mascherato dall’illiberale filosofo ateniese e può ingannare le persone ingenue o superficiali: non, però, Bertrand Russell; non Karl Popper che definisce Platone un “nemico della libertà” e lo accusa esplicitamente di essere stato il padre di tutti i totalitarismi del Novecento; non scrittori come George Orwell o registi come Terry Gilliam. 

Anche io penso, per mio conto, che non sembra essere il massimo della coerenza intellettuale dirsi “liberali” e annoverare tra i propri Maestri come Hegel, Marx, Nietzsche, Gentile, Croce e via dicendo, abbracciare il loro “universalismo” che è alla base di tutte le concezioni, non solo filosofiche ma anche religiose, che si autodefiniscono “salvifiche” dell’umanità (pure avendo solo insanguinato il Pianeta, con massacri di “infedeli” o di “malvagi egoisti”)  e contrastare l’individualismo del “meraviglioso antico” leopardiano con la Roma dei nostri padri, ideatrice dell’idea di “libertà” (secondo ciò che scrivono Mommsen e Gibbon). 

Comunque, è comprensibile che nella scelta di un’idea politica da professare, non sempre si tenga conto della Storia e, soprattutto, della conoscenza approfondita dei presupposti filosofici di ogni posizione politica. 

Più difficile, inveve, da capire è la disattenzione per l’attualità: i liberali europei si sono collocati nella stessa “barca” dei cristiani (sociali o demo), dei socialisti (più o meno democratici), dei “verdi” che sostengono un governo di tecnocrati (più o meno condizionati dal potere finanziario occidentale) che con la libertà di scelta dei cittadini  e con la democrazia ha ben poco da spartire. 

La verità è che v’è differenza tra essere “liberi” e “liberali”. 

La libertà vera è una condizione della mente  (del logos) e solo poi dell’anima. Essa va sperimentata momento per momento, problema per problema, con indefettibile logica e necessario raziocinio.

La partecipazione alla vita politica con un’etichetta (quale che sia) è la conseguenza di una scelta emotiva e passionale (del tumòs) che impedisce valutazioni individuali diverse da quelle della “tifoseria” organizzata (per usare un gergo calcistico).

Domanda: Vi sono ancora “liberali liberi” nell’Occidente? 

Pochi e rari anche nello stesso mondo anglosassone, pur meno condizionato da dottrine filosofiche tedesche (l’idealismo) e  clericali (ma gli effetti sulla politica del “puritanesimo”  rappresentano una triste prova contraria alla conquistata irreligiosità di un popolo).

E, probabilmente, è proprio il loro numero terribilmente esiguo a rappresentare il maggiore impedimento al tramonto splengheriano.

 

 

“Questo articolo non rappresenta la linea del PLI, ma viene volentieri ospitato su Rivoluzione Liberale, che come linea editoriale da sempre pubblica tutte le opinioni del variegato mondo liberale .”

  

 

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