Nella seconda metà del XIV secolo, il principe Lazar era a capo di uno stato serbo forte e politicamente attivo nei Balcani. Il suo destino si compì nella Piana dei Merli, Kosovo Polje, dove nel 1389 venne a battaglia contro gli Ottomani in piena espansione guidati dal sultano Murad I.

Poco prima della battaglia, un falcone proveniente da Gerusalemme volò al campo di Lazar portando un’allodola nel becco; la metafora rappresentava in realtà la venuta di Sant’Elia, con un messaggio di Maria che invitava il principe a scegliere fra vittoria e regno terreno o sconfitta e gloria dei cieli. Ovviamente Lazar, considerando la caducità delle cose di questo mondo, optò per il regno perfetto, e lasciò quindi in eredità ai Serbi sia la consapevolezza di essere la nazione eletta del Cristianesimo, purificata dal sacrificio, sia la volontà di tornare agli antichi fasti, congiungendo grandezza e regno in terra all’equivalente celeste (già in loro possesso grazie al sacrifico di Lazar e dei nobili serbi sul campo di battaglia).

La premessa è necessaria per capire come mai, 1200 anni dopo, il Kosovo rivesta ancora un’importanza così atipica ai nostri occhi per il popolo serbo. Non sono certo ragioni economiche, essendo questa terra poverissima e godendo di rendite connesse unicamente al suo ruolo di crocevia per traffici di droga internazionali. Non sono nemmeno ragioni etniche, considerando che questa zona ha sempre visto una preponderanza di popolazione di fede musulmana, che l’ingegneria demografica della NATO ha contribuito ad aumentare ulteriormente. Si tratta quindi delle ragioni del cuore, forse difficili da concepire e da accettare nel mondo contemporaneo ma ancora in grado di far breccia (specie se abilmente sfruttate da politici con pochi scrupoli) in certi popoli. Il Kosovo non è solo il luogo sacro della battaglia del 1389, ma anche il cuore della chiesa ortodossa serba, radice e rappresentazione dell’identità di stirpe. Per la maggior parte dei Paesi “occidentali”, la nazione è un concetto trascendente. Al contrario, nel mondo slavo-ortodosso, la Nazione assume un significato spesso immanente, concretizzandosi in un ben preciso luogo geografico che è “più patria” delle terre circostanti. (ad esempio, la città-fortezza di Groznyj per i russi e, per l’appunto, il Kosovo per i serbi).

Qual è quindi il nostro punto di vista sulla vicenda, alla luce dell’intervento NATO risalente a 10 anni fa?
Abbiamo fiaccato le velleità espansioniste di Slobodan Milošević, fautore di quel pericoloso progetto di “Grande Serbia” che si risveglia periodicamente in seno al Paese balcanico, tramite la massiccia campagna di bombardamenti operata dalla NATO.
Abbiamo (come ONU, Unione Europea ed OSCE) posto sotto protezione il Kosovo cercando di tutelarne le diverse etnie con risultati assai dubbi, considerato che quella che ormai è l’ultima enclave serba si trova nella parte nord della città di Kosovska Mitrovica in condizioni di malcelata prigionia.

Offriamo alla Serbia la prospettiva dell’adesione alla UE, chiedendo come contropartita la definitiva rinuncia alle rivendicazioni sulla martoriata “Provincia Autonoma di Kosovo e Metohija” .
Siamo tuttavia costretti a mantenere contingenti armati a presidio dei luoghi sacri dell’ortodossia, monasteri capolavoro dell’arte medievale e patrimoni dell’umanità secondo l’UNESCO costantemente minacciati dalla furia distruttrice di popolazioni aizzate all’odio.

Abbiam poi scoperto che quelli che sembravano essere i “buoni” (gli Albanesi), potrebbero essere in realtà ancor più feroci dei “cattivi” (i Serbi), imparando che il manicheismo è una visione troppo semplificata della realtà per poter essere adottato dalla geopolitica. La commissione d’inchiesta costituita in seno al Consiglio d’Europa ha individuato in Hashim Thaci, primo ministro del governo kosovaro, il “padrino” di un traffico d’organi, eroina ed armi di proporzioni ancora sconosciute. Prigionieri di guerra e semplici cittadini serbi venivano sezionati per espiantare reni e organi vari. Un traffico nato durante le agitazioni del Kosovo, sul finire degli anni ’90, proseguito poi sotto le bombe della NATO e per molto altro tempo ancora.

Fondamentalmente, quindi, siamo giunti ad una creazione geopoliticamente artificiale che, se da un lato soddisfa quel principio secondo cui “ogni terra ha il suo popolo, ed ogni popolo ha la sua terra”, dall’altro alimenta focolai revanscisti in Serbia, provoca inquietudine nella galassia Balcanica, aggiunge indeterminatezza geopolitica, annulla il controllo dello Stato sui traffici multimilionari dei criminali di guerra (fondamentalmente gli ex combattenti albanesi dell’ UÇK) convertitisi a ben più lucrose attività e, infine, nutre la crescita di un Islam radicale giunto in Bosnia (ma anche in Kosovo) con i cavalieri mujahid che trovarono nei Serbi l’agognato nemico “crociato”.

Sarebbe bene considerare tutto questo, prima di bombardare Tripoli.

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