Ripenso spesso all’emozione che suscitavano i confronti politico culturali della seconda metà degli anni cinquanta e del decennio successivo. Avevamo ereditato dai nostri genitori la passione per il ritrovato privilegio, dopo la dittatura, della partecipazione democratica. Ascoltavamo i racconti dei giorni drammatici della fine della guerra, della tragica sconfitta, delle distruzioni materiali e delle difficoltà economiche della difficile ripresa, ma anche dell’esaltazione di una libertà di pensiero ritrovata, o, per i più giovani, appena scoperta, insieme al gusto della partecipazione e del confronto politico. Ne fummo contagiati e ci lanciammo con entusiasmo nell’agone della dialettica politica. A scuola, nelle associazioni giovanili e, dopo, all’Università, vivemmo un impegno totalizzante, con feroci divisioni e raffinati confronti intellettuali. Da una parte c’erano i comunisti, convinti di possedere una dottrina salvifica, che doveva coniugare progresso ed uguaglianza in uno Stato onnipotente, che aveva il compito di prendersi cura dei cittadini dalla culla alla bara. Dall’altra c’eravamo noi, i liberali, convinti che quel tipo di società era condannato all’appiattimento ed alla mediocrità, sostenendo invece il valore supremo della libertà, che significava emulazione, concorrenza, libera iniziativa, mercato, progresso. Certo, la scuola pubblica statale, (non quella confessionale) gratuita ed obbligatoria, come il sostegno materiale alle fasce più deboli della popolazione, dovevano garantire un’attenzione sociale e l’eguaglianza dei punti di partenza, ma per permettere ai più meritevoli di crescere nella corsa della vita, liberamente diseguali e poter sognare il successo, che è il carburante della vita di ciascun individuo. I cattolici, forti delle loro organizzazioni parrocchiali, assistenziali e catechistiche, erano piuttosto ai margini dell’infuocato confronto giovanile, che si svolgeva nelle scuole e nell’università e dove lo scontro era principalmente tra noi e la sinistra, alla quale ultima tuttavia essi si sentivano più vicini. Nel mondo giovanile di allora, noi giovani liberali, pur essendo numericamente minoritari, anche se proporzionalmente molto più forti rispetto ai nostri partiti di riferimento, spesso avevamo la meglio sui comunisti, perché non eravamo altrettanto obbligati a rispondere a schemi fissi ed a parole d’ordine prefabbricate. Al nostro interno, pur coltivando le stesse idee e gli stessi valori fondanti, sovente sceglievamo percorsi diversi. Polemizzavamo su sottigliezze, ci distinguevamo tra liberali di destra, più conservatori e di sinistra, più protesi verso i diritti civili e l’avventura della modernità, oppure in economia, confrontandoci tra liberisti e Keynesiani. Sovente tali differenze erano impercettibili, ma ci scaldavamo nella polemica, che percepivamo come un concreto esercizio della nostra libertà, ritenuta il bene supremo. I nostri coetanei comunisti, spesso più indottrinati di noi, perché venivano dalle scuole di partito, erano come militarmente costretti ad una disciplina, che non consentiva loro alcuna licenza poetica, alcuna deviazione anche minima dal pensiero unico ufficiale. Negli organismi rappresentativi universitari avevamo un ruolo di primo piano e, se sovente finivamo col soccombere, dipendeva dal sostegno, per una sorta di subordinazione psicologica dei cattolici rispetto ai comunisti, ai quali spesso si accodavano.  Il miracolo economico ci aveva dato ragione, ma poi vennero gli anni settanta che portarono ad una crescita esponenziale delle Partecipazioni Statali. Non ebbe fortuna la illusione sessantottina di una rivoluzione giovanile perché,  strumentalizzata dalla sinistra, fu condannata a precipitare  nella tragedia del fallimento esistenziale, con il dramma della droga, del terrorismo e del carcere. I nostri avversari di parte democristiana sostenevano la priorità dell’economia mista tra pubblico e privato, ma noi denunciavamo gli sprechi e la corruzione insita nell’iniziativa statale, che avrebbe finito con l’inquinare tutto, eliminando la sana competizione del mercato. Come avevamo ragione!

Negli anni ottanta si giunse a teorizzare il principio della concessione a soggetti pubblici o a consorzi guidati da aziende a capitale pubblico, per le grandi opere. La corruzione divenne dilagante, inquinando la politica, che nei primi anni della Repubblica era stata protesa alla affermazione dei principi e dei valori, basati esclusivamente su quelle che noi chiamavamo idee e le sinistre ideologie. Poi nel 1989 il comunismo morì d’infarto. Commettemmo l’errore di ritenere di aver vinto. Invece era soltanto un suicidio, anche se previsto ed annunciato, dell’avversario, che tuttavia in precedenza era divenuto così forte in Italia da riuscire a mimetizzarsi, anche grazie alla sintonia sviluppata con il mondo cattolico. Dai partiti ideologici o identitari si passò a quelli settari o padronali. La passione politica fu costretta a cedere il passo alla mera contrapposizione per il potere. Destra e sinistra, che finirono con l’assomigliarsi sempre più, grazie al sistema maggioritario, si confrontarono sul terreno clientelare, per la conquista di quote sempre più rilevanti di potere, mentre i contenitori politici si andavano identificando nelle figure dei rispettivi capi, spesso padroni.  Tutto quello che è avvenuto in questo ultimo quarto di secolo, ha dimostrato che quando, come aveva avvertito Toqueville, il binomio “democrazia liberale” perde la fondamentale componente del liberalismo, diventa democratura, che è l’anticamera del qualunquismo e dell’autoritarismo. Quindi si è progressivamente affermato un sistema perverso, che ha  finito col favorire la nascita e la rapida crescita dell’antipolitica. In molti, troppi, hanno deciso di cavalcare tale sterile protesta, alla quale è stata assegnata una  sproporzionata rappresentanza parlamentare, che ha dato luogo a maggioranze di governo a la carte, multicolori e tutte prive di un dignitoso e credibile profilo politico. Tuttavia l’antipolitica entrata nel Palazzo, è stata presto contagiata dai relativi vizi, senza avere la percezione del  peso della responsabilità istituzionale di dover governare il Paese e si è  andata omologando, si è divisa, e, cambiando pelle e leader, è divenuta insulsamente autoreferenziale. La pandemia si è incaricata di far nascere la nuova antipolitca 2.0, attraverso il movimento No Vax, infiltrato da estremisti postfascisti di destra e postcomunisti di sinistra e recuperando pentastellati delusi, divenendo un luogo di contestazione totale, preconcetta, distruttiva, che presto diventerà un soggetto politico che finirà con l’inquinare ulteriormente un dibattito, già povero e sterile, inducendo all’amara conclusione che probabilmente si stava meglio, quando si stava peggio!

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