Inizialmente è stata una mossa dettata essenzialmente dalla disperazione di governi che non sapevano cosa fare, l’idea di provare a bloccare, cosa mai vista nella storia, con segregazione, quarantena, coprifuoco e mascherine anche all’aperto, non una malattia batterica concentrata in un’area, ma un’epidemia virale, parecchio contagiosa ed estesa con andamento pandemico all’intero Mondo, per di più quotidianamente attraversato da milioni di viaggiatori.

Certamente è stato anche un comportamento imitativo di una nazione, la Cina (che Paese democratico certo non è, e men che meno liberale), che ha applicato per prima i comportamenti polizieschi con cui tratta ogni problema interno, anche se, pure all’epoca, il ragionevole dubbio se tutto questo sarebbe poi davvero servito, specie di fronte alla certezza della violazione dei diritti costituzionali di libertà dell’Occidente, avrebbe forse potuto e dovuto far riflettere di più.  Ma anche scontando l’iniziale panico per una nuova malattia (e l’esigenza dei leader di far vedere che stavano facendo qualcosa) oggi, a distanza di due anni, qualche riflessione sulle misure di contenimento dobbiamo pur farla, visto che sui grandi numeri una chiara e forte correlazione statistica (tipo quella abbastanza diretta tra incidenza in estate e in inverno) tra Paesi che hanno chiuso molto, poco o per nulla, non si mostra certo con manifesta evidenza, mentre è addirittura imponente l’indicazione statistica a favore delle vaccinazioni, cosa di cui tutti dovrebbero prendere atto per comportarsi di conseguenza.

Il fatto è che lo stato di emergenza è la prima reazione, quasi istintiva, dei governanti a problemi improvvisi, soprattutto nei Paesi non democratici certo, ma spesso anche negli altri, e tale nome, reminiscente dell’eccezionalità per far pensare a una corta durata, significa in pratica divieto, irreggimentazione e autoritarismo, almeno a termine. Ora non vorrei che ci stessimo incamminando, passo dopo passo, ma quasi fatalmente, verso uno stato di emergenza permanente.  In questo caso la libertà e con lei il diritto morirebbero di emergenza. Il benessere, che ha bisogno di un mondo aperto per crescere, sarebbe la seconda vittima e la pace generale potrebbe anche essere la terza.  La libertà sarebbe in gran parte perduta, se diventasse prassi comunemente accettata quella di sospendere, contro ogni legge, diritti costituzionali inviolabili con semplici decreti amministrativi del capo del Governo (come si è fatto in Italia).

 

 

Al di là delle misure mediche da prendere, che il complesso del mondo scientifico (e non qualche arci-star della comunicazione) indicherà come necessarie, è anzitutto il metodo nella loro applicazione che deve rientrare nelle linee guide della democrazia, tenendo conto però anche di altri parametri essenziali, come le vite messe in pericolo dalla crisi economica indotta e dai ritardi nella cura di altre malattie (che nessuno si è preso la briga di calcolare) o come le regole giuridiche e le libertà fondamentali.

 

La cura della pandemia deve proseguire ed energicamente, ma rientrare al più presto nelle procedure democratiche, decretando la fine di uno stato di emergenza che tende a riprodursi indefinitamente, perché il virus potrebbe sopravvivere a lungo, forse modificandosi divenendo più contagioso e meno letale, forse evolvendo con necessità di continui aggiornamenti dei vaccini. Ma, scusate : e se poi il nuovo virus, diventato endemico con le sue mutazioni, restasse tra di noi per sempre, come le tante malattie che ci portiamo addosso da secoli, dichiareremmo finito il periodo democratico iniziato con l’illuminismo e le Rivoluzioni inglese, francese e americana e magari torneremmo al Medio Evo assolutistico del potere sacrale, che governava con la paura e dichiarava le pestilenze punizioni per i peccatori?

 

Tra l’altro, la competenza va ascoltata e sempre rispettata, ma poi le decisioni restano politiche, perché entrano in gioco anche altre argomentazioni come, per esempio, in materia militare, dove, se ci affidassimo solo ai generali, questi tecnici probabilmente doterebbero l’Italia di un armamento atomico come le nazioni a noi simili di Francia e Gran Bretagna, il che invece non accade proprio per considerazioni politiche. Tornando al punto, all’ormai grave e perdurante problema delle libertà personali, se n’è aggiunto uno nuovo, forse anche per irrazionale reazione.  Nella vita che condividiamo coi nostri simili capita che, nelle polemiche che inevitabilmente accompagnano il vivere assieme, ci si preoccupi solo di brillare e di dominare, prescindendo completamente dai fatti o, peggio, sottolineandoli o nascondendoli secondo la loro utilità strumentale per vincere nella polemica.  E, per essere più sicuri dell’effetto, finiamo per convincere anche noi stessi di molte delle follie che diciamo, anche quando si tratta di cose realmente importanti e non di chiacchiere da bar dello sport.

 

È quello che sta succedendo, su scala mondiale, col Coronavirus, anche se mette in gioco la nostra libertà, la democrazia e la salute.  Abbiamo dei vaccini, sviluppati da una grande scienza biomedica (e ormai pure i primi antivirali) che, con una statistica realmente convincente, dimostrano di prevenire con alta probabilità gli esiti mortali della malattia e di diminuire significativamente anche il rischio di contagiare e di essere contagiati, a fronte di una possibilità di esiti negativi incomparabilmente inferiore.  Eppure in troppi esitiamo a vaccinarci perché, pur di essere contro, ci autoconvinciamo che quasi tutti i giornali, le televisioni e i medici del mondo mentano contemporaneamente al servizio di un complotto universale, non si sa per conto di cosa, di chi e perché.  Abbiamo un efficace rimedio, ma non tutti lo adoperiamo, con irrazionale e autistico autolesionismo, completamente incomprensibile e incomprensibile pure se alimentato talvolta anche da provvedimenti contraddittori di certe autorità (come Roberto Speranza sui turisti europei) che mostrano quasi di non crederci molto, volendo imporre limitazioni restrittive anche ai regolari pluri-vaccinati.

 

 

Il problema è che la cieca partigianeria di persone inclini a seguire i pregiudizi anziché i semplici fatti, ha giocato un ruolo di rilievo nel creare due contrapposti e irragionevoli estremismi : i No vax che, per rifiutarsi per principio di credere alle evidenze scientifiche, sono pronti a giocarsi la loro salute e quella degli altri e accanto a loro i No lib, che considerano in fondo (e neanche tanto in fondo) la libertà come un inutile privilegio da borghesi, un intralcio sulla via delle pianificazioni obbligatorie di uno Stato collettivista e totalitario a cui non hanno in realtà mai rinunciato.

I primi si sono convinti che tutto quello che leggono o sentono di ufficiale sia volutamente falsificato da un potere inafferrabile, che non esista una gerarchia di competenze o che la legge di gravitazione universale vada messa ai voti e si scrivono tra di loro sui social, elevando le risposte che si danno l’un l’altro a prove di una diversa verità. I secondi pensano che il bravo cittadino sia quello che pone l’obbedienza cieca e assoluta come primo valore civico, che il rispetto delle regole sia un valore in sé indipendentemente dalla loro validità e che l’indipendenza di giudizio, la valutazione personale e l’autoregolamentazione siano solo individualistico e colpevole egoismo, ma soprattutto criminalizzano chiunque osi dissentire dandogli del pericoloso asociale con argomentazioni che, se non di dittatura sanitaria, sanno di comunismo infantile.

Gli opposti e “virali” estremismi si alimentano tra loro : i No lib (tra cui anche alcuni sindaci che abusano del potere) indicano i No vax come prova della necessità assoluta dei provvedimenti di polizia, mentre i No vax vedono nei No lib la dimostrazione della dittatura travestita da competenza.  Anche se non molti dei manifestanti No vax sanno davvero cos’è la libertà e non molti dei governanti No lib sono davvero competenti. Dobbiamo vaccinarci il più possibile, per noi stessi e per gli altri, anche obbligatoriamente se necessario (ma simultaneamente annullando gli altri obblighi e divieti) e smettere nel contempo, al più presto, con uno stato di emergenza che ha contemplato per troppo tempo una sospensione di diritti fondamentali.

Dobbiamo curare con ogni energia le malattie, ma contemporaneamente continuare a vivere, perché è proprio per vivere che le curiamo.  È bello essere liberali e lo è sempre stato anche perché, sul lungo periodo, Scienza e Libertà camminano bene solo assieme.

 

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