IL  MONDO  IN  CUI  VIVREMO

La percezione del futuro condiziona il presente quanto e più del ricordo del passato.   L’idea che ce ne facciamo, le prospettive che intravediamo, i sogni e le paure che portiamo con noi, determinano il nostro modo di sentire e vivere qui ed oggi, proprio come quello che decidiamo ora condizionerà il mondo di domani, che ancora non c’è, ma in parte almeno dobbiamo cercare di progettare. Il Mondo, così come sembrava essersi assestato dopo il secolo più rapido e convulso della nostra storia e che le feste per il nuovo millennio celebravano in un apparente panorama di valori formalmente accettati, non è durato per più di un decennio. La storia sembra essersi rimessa in moto e ad un ritmo ancor più accelerato. Il fenomeno della globalizzazione, per le fortissime e crescenti resistenze che ha generato, non ha condotto solamente all’aumento delle cosiddette guerre asimmetriche, ma anche all’apparire di sviluppi economici non più solo squilibrati, ma altamente asimmetrici anch’essi.Accanto a realtà nazionali ancora escluse o autoescluse dall’evoluzione, ve ne sono di proiettate in una fuga in avanti precipitosa e vi è anche una iniziale divaricazione tra finanza sempre più globalizzata e un esteso commercio internazionale, che comincia invece ad essere contestato da richieste protezionistiche difensive crescenti. La complessità dei problemi etici legata agli sviluppi bio-medici e quella legata alla sicurezza, in un mondo pieno di esplosivi e aperto come mai prima agli spostamenti, aggiungono una serie di nuovi problemi, mentre l’emergere impetuoso di nuove potenze, rende l’equilibrio di potere esistente non più adeguato e difficile da aggiornare, anche perché ormai condizionato da tradizioni culturali e religiose riemerse, ben diverse da quelle tradizionali occidentali. Il sovrappopolamento e la sua modificazione regionale, insieme a un inizio di rarefazione di beni vitali agricoli e materie prime, complicano il quadro, senza contare la proliferazione, la varietà e la crescente pericolosa criticità, degli strumenti di distruzione di massa. E’ essenzialmente la velocità con cui problemi così nuovi si presentano a rendere difficili le soluzioni, é la mancanza di schemi di riferimento conosciuti a rendere le classi dirigenti inadeguate, è l’aver raggiunto i confini del mondo ad averlo reso piccolo. Piccolo e soprassaturo di tensioni, perché siamo o temiamo di diventare, troppi.  E il risultato è di aver messo a rischio l’espansione, cioè lostrumento che negli ultimi due secoli ha assicurato insieme progresso, giustizia sociale e soprattutto quel valore a cui ci siamo ormai abituati, come se fosse nostro da sempre : la Libertà. Tuttavia lo Spazio a noi più vicino è lì e, per la prima volta, a portata di mano. Forse è nello Spazio la garanzia del futuro e della nostra Libertà.          

             

PREVEDERE PER GOVERNARE. PROGRESSO O CRESCITA ZERO.

La Lega, movimento nuovo nella storia politica, ma fortemente legato alle tradizioni Italiane, si pone, da tempo e metodicamente, il problema del nostro futuro, perché, non dandolo affatto per scontato o del tutto inconoscibile, rifiuta un fatalismo rinunciatario e sfiduciato -molto poco occidentale- ed è determinata nel provare a dare, anche per l’avvenire, un’impronta umana e liberale al mondo che verrà. Queste note personali, sono così un contributo al dibattito.

La riflessione centrale, la scelta di fondo da cui derivano molte delle conseguenze per immaginare e provare a costruire il futuro, verte su di una alternativa essenziale, che è politica, economica e financo etica e che, pur tra compromessi e contraddizioni, si impone su tutte le altre: quella tra progresso continuo o una “crescita zero, perché è questo il principale problema. Se l’evoluzione sembra indicare come tendenza obbligata l’espansione dell’umanità verso lo spazio e i pianeti del sistema solare, per il continuo aumento del nostro numero e la diminuzione delle risorse, ciò non pertanto vi sono non poche persone che, per intima preferenza filosofica o convinzione politica, sono partigiani della cosiddetta crescita zero.  Accantoalle motivazioni attuali (nel senso di suggerite dall’esperienza di ciò che avviene oggi) si potrebbe obiettare alla crescita zero il fatto che mai nella storia se n’è visto un solo esempio e questo per qualunque cosa esistente o concetto pensabile. Tutto, corpi celesti, specie animali, piante, religioni, teorie filosofiche, ha sempre mostrato uno sviluppo continuo ed evolutivo, unica alternativa allo sviluppo essendo la decadenza, la morte e la scomparsa. Sembra insomma che la natura semplicemente non contempli la possibilità di una crescita zero, sì da troncare il discorso alla radice, ma non è solo questo, ancorché piuttosto convincente, che rende la crescita zero una via non proponibile, vi è anche una precisa preferenza intellettuale da prendere in considerazione e un preciso pericolo. In fondo qual’ è l’ipotesi culturale dei fautori della crescita zero? La rinuncia. La rinuncia al nuovo in favore del conosciuto, la rinuncia al progresso(economico e sociale) in favore dell’ esistente, la rinuncia all’avventura in favore della paura, la rinuncia a provare a tenere il destino nelle nostre mani, la rinuncia a cogliere la mela nel giardino dell’Eden. Ciò di cui in fondo i partigiani dell’opzione zero veramente si rammaricano è il peccato originale. Non ènuova nella storia dell’Umanità, non è nuova questa nostalgia del paradiso terrestre, ma del pari continua ad essere sbagliata la prospettiva che essa sembra suggerire.  Non possiamo tornare a uno stato di innocenza originaria (che in realtà non c’è mai stato), abbiamo conosciuto e conosciamo il bene e il male edobbiamo camminare sulle nostre gambe, non c’è un padre per fissarci il cammino, ci può essere solo un’etica per indicarcelo.Con la scienza abbiamo raddoppiato l’età media degli uomini, ridotto drasticamente la mortalità infantile, diminuito la fatica fisica e, come risultato, ora abbiamo sette miliardi di uomini sulla terra al posto dei 500 milioni dell’inizio del settecento e non possiamo più nutrirli, come facevamo allora, senza un cicloindustriale.  No, l’umanità è obbligata ad essere maggiorenne e a sforzarsi di conoscere e comprendere, ma, se tutto ciò non è privo di rischi e di dolori, non vi è solo pena nel futuro. Almeno a partire da quando l’uomo ha scoperto come tramandare i suoiragionamenti, sappiamo che un pensiero ha costantemente attraversato la sua mente, espresso dalle eterne, fondamentali questioni: chi siamo?, da dove veniamo?, dove andiamo? Nessuno può ovviamente dire che nel futuro troveremo una risposta, ma certo è che nel passato non l’abbiamo trovata e che quindi solo andando avanti possiamo sperare di incontrarla. Di tale risposta tutti abbiamo bisogno (o almeno abbiamo bisogno di non rinunciare a cercarla) anche i credenti, dato che in niente tale ricerca contrasta con la fede religiosa, poiché, anche per il credente vi è la speranza di “conoscere”, oltre a “credere” e nessuna contraddizione esiste tra le due cose. Certamente su unpiano astratto si può ipotizzare uno sviluppo parziale, stop politico a certe tecniche come le biotecnologie e campo libero ad altre, come ad esempio alle energie definite erroneamente (per l’enormità dei manufatti che devono impiegare) rinnovabili, ma tutto ciò è poco avvertito e poco serio, non si può avere nessun progresso a lungo termine imponendosi d’ignorare certe o certealtre linee di ricerca, la conoscenza umana è un insieme che solo come tale, sul lungo periodo, può davvero evolvere ed espandersi. Per esempio la filosofia moderna à impensabile al di fuori di uno stretto rapporto con la fisica, le scienze socialisarebbero diverse senza il computer, nel processo a Galileo infine si discuteva non solo di religione o di scienza o di libertà politica, ma di tutto ciò assieme. In realtà la crescita zero, al di là di alcune asserzioni di semplice buon senso, (ma perciò stesso banali e comunemente accettate, come che so, quelle sulla necessità dei depuratori, del riciclo delle scorie o di studi ambientali) riflette l’antica paura umana della conoscenza, il timore di avere osato troppo, ma è perciò stesso estremamente pericolosa, perché potrebbe ritardare le decisioni sulle cose da fare, ritardo che potrebbe essere fatale. Perché, a lungo termine, è inevitabile che siano le enormi energie scatenate dalla scienza a determinare l’esito dei problemi di sovrappopolazione, resi possibili dalla più bella conquista della scienza stessa (la sua capacità di difendere la vita) o in un senso umano, modificando completamente le condizioni al contorno attraverso la conquista di un maggiore spazio ( da creare un’ambiente sufficiente al nuovo sapere e potere dell’uomo) oppure, temo, in un altro, riducendo drasticamente tale potere con il crollo delle strutture industriali e la drastica diminuzione del numero di uomini attraverso uno spaventevole olocausto, nucleare, industriale o di altra natura. Il proporre oggi di seguire la logica inerente lo sviluppo scientifico e tecnologico, significa non solo credere che l’uomo debba e possa tenere il futuro nelle sue mani (rifiutando di cedere semplicemente, ad esempio, alla fame o al cancro) ma significa anche (proprio al contrario di quello che pensano gli zerofili) ricuperare la possibilità di continuare una vita come quella che tradizionalmente l’uomo ha vissuto. La visione tradizionale dell’uomo, con la scarsa densità di popolazione, era infatti basata su di un nucleo privato la famiglia, il borgo, la sfera dei propri interessi ed affetti – ma sentito come inseritonell’infinito, era basata sul senso di illimitata vastità della Terra,sulla fiducia nella crescita (crescete e moltiplicatevi), sulla voglia di eternità (Dio, l’Aldilà ). Ora il progetto zero, per avere un senso, deve annullare completamente il senso di avere un grande spazio disponibile, deve imporre limiti anche sulle cose più private e vitali per ognuno, dai figli, alla casa, alla professione, negare l’idea stessa di proprietà, frustrare il senso di espansione individuale, perché ci prospetta un mondo di vitasempre più stretto, deve cioè capovolgere la visione tradizionale del Mondo e il tradizionale modo di vivere, molto di più diquanto non comporti il lasciare libero sfogo all’espansione.L’opzione zero deve necessariamente assumere insomma, le caratteristiche storiche del totalitarismo.

                            MAPPA DELLA DENSITA’  DELLA  POPOLAZIONE  MONDIALE

                           

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