Con un titolo indulgente rispetto alla gravità delle denunce, “Nessuno tocchi caino” ed “Il riformista” hanno pubblicato un libro sugli abusi che sono stati compiuti in nome dell’emergenza di una pur necessaria lotta alla mafia, che, come viene sottolineato nella presentazione del volume, ha visto rovesciare principi sacri, norme universali e regole fondamentali dello Stato di diritto di matrice liberale. Quello costituito dalla mafia dell’antimafia emerge chiaramente come un potere allo stesso tempo becero e protervo, agli ordini di una ben precisa parte politica, che ha da tempo smarrito tutti i propri presupposti valoriali e gli strumenti di aggregazione del consenso tradizionali. Si tratta di qualcosa di assoluto ed indiscriminato, che, come una sorta di fede religiosa, si è imposto dogmaticamente, signoreggiando sull’intero Mezzogiorno, in nome di una presunta legalità enunciata apoditticamente e sotto la accorta regia di ben individuate Procure. Tale pensiero unico ha asservito quasi tutto il circuito mediatico, che con cinismo ha assistito indifferente alla paralisi dello sviluppo di una grande parte del Paese, guardando con sufficienza alla distruzione di ingenti patrimoni, sovente costituiti con l’impegno ed il sudore di diverse generazioni di imprenditori e di lavoratori, improvvisamente messi sul lastrico da provvedimenti di sequestro o di confisca, quasi sempre adottati  dalle sezioni misure di prevenzione di alcuni Tribunali, sovente privi del necessario riscontro probatorio di eventuali collusioni con ambienti mafiosi o comunque malavitosi. Troppe volte, dopo decenni di incuria da parte di amministratori giudiziari, quasi sempre i medesimi e con decine di lucrosissimi incarichi, sono stati riconsegnati agli antichi proprietari, dopo le sentenze assolutorie, scheletri di fabbricati cadenti, merce abbandonata e deperita, macchinari e mezzi arrugginiti, desolazione e perdita del posto di lavoro da parte delle maestranze prima occupate. Alcuni scandali, anche esemplari hanno coinvolto magistrati fino a quel giorno temuti e ritenuti onnipotenti, ma palesemente protesi ad un’attività persecutoria nei confronti di una fragile imprenditoria, esposta alla troppo facile accusa, in procedimenti di carattere sommario, di essere collusa. Con grave danno per l’immagine dell’intera magistratura sono emerse invece complicità tra ben individuati esponenti del mondo giudiziario ed un circuito di amministratori di riferimento, che compensavano con lucrosi incarichi i loro familiari. Lo scempio avveniva sotto un’accorta supervisione di settori politici militanti nel campo dell’antimafia di professione, con la complicità di personaggi anche di vertice, i quali, ancorché oggi costretti a vivere nascosti nell’ombra, hanno avuto un grande ruolo nella politica meridionale ed in particolare della Sicilia. Con il medesimo metodo sono stati ottenuti gli scioglimenti di Consigli Comunali non sempre con sufficienti motivazioni, ma grazie alla compiacenza di organi amministrativi ed apparati istituzionali. Da tale sistematica forma di abuso è rimasto gravemente compromesso lo sviluppo di alcune aree e di diversi settori economici, sottoposti ad una forma composita di terrorismo amministrativo e giudiziario. Nel libro risultano cruciali e molto significative le testimonianze di Pietro Cavallotti e Massimo Niceta, che raccontano del calvario ingiustamente sopportato dalle rispettive famiglie. Secondo il principio antico che cane non mangia cane, nonostante la mostruosità del sistema corruttivo che aveva messo in piedi, la ex Presidente della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto, è stata condannata ad una pena piuttosto lieve. Temiamo altresì che, probabilmente, tra riduzioni di pena negli ulteriori gradi del giudizio, dichiarazione di insufficienza di prove su alcune accuse, eventuale prescrizione ed età avanzata, non farà nemmeno un giorno di carcere. Quello che meraviglia di più, per la gravità dei reati e la personalità di chi li ha commessi, è che non si sia fatto ricorso alla carcerazione preventiva, principalmente per il rischio, certamente elevato e confermato in sede processuale, della capacità di inquinamento delle prove. Si tratta di un libro che lascia attoniti tutti coloro i quali credono nello Stato di diritto.

 

 

 

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