In Italia il ciclico scontro tra estremismi di destra e di sinistra ha prodotto sempre risultati disastrosi con pesanti conseguenze negative, protrattesi a lungo nel tempo. Dopo la prima guerra mondiale una sinistra socialista e comunista, affascinata dagli echi della rivoluzione russa, ogni giorno occupava le piazze e tentava di bloccare il Paese in una fase di delicata e difficile ripresa dopo il conflitto. Sull’altro versante nasceva il Fascismo, un movimento altrettanto radicale e violento, che alla fine, anche grazie alla debolezza cinica di un Re pavido e con la complicità di una classe dirigente inadeguata, riuscì ad imporsi, cancellando per un ventennio la democrazia, coltivando un assurdo sogno imperiale e portando l’Italia al disastro bellico della seconda guerra mondiale. Quello scontro formidabile ed il conseguente colpo di Stato, determinarono la scomparsa della classe dirigente di matrice borghese, portatrice di una antica tradizione di governo liberale, che aveva fatto l’Italia.

Faticosamente, nel secondo dopoguerra, un’alleanza centrista tra le forze cattoliche, liberali e socialiste democratiche s’incaricò di ricostruire lo Stato, nel rispetto del nuovo dettato costituzionale, realizzando quello che fu definito il miracolo economico italiano, salvando con Einaudi la lira. Già a partire dagli anni settanta, ricominciò uno scontro feroce tra destra neo fascista e sinistra comunista con morti, stragi, giovani vite bruciate, culminato con il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro nell’intento di impedire il compromesso, cosiddetto storico, tra cattolici e comunisti. Dopo una fase di sperpero di risorse pubbliche durante la stagione dei governi di centro sinistra, fu avviato un successivo periodo di ricomposizione nazionale attraverso le coalizioni di pentapartito. Tutto venne dopo travolto dal golpe mediatico giudiziario denominato “mani pulite”, poi culminato, in un disegno unitario, con le stragi di Palermo del 1993, che determinarono la caduta di quella che venne definita la “Prima Repubblica”.

Sulle ceneri di quel terribile scontro, nacquero in Italia populismo e partiti padronali, con denominazioni insignificanti o di fantasia e inclinazioni sovente autoritarie, abbandonando le precedenti vocazioni identitarie, fino ad arrivare all’antipolitica ed allo scontro tra coalizioni improvvisate, non omogenee, opportunisticamente protese soltanto alla gestione del potere ed alla dissipazione delle risorse in favore di affaristi e clientele. Tale sistema è entrato progressivamente in crisi ed ha mostrato tutti i suoi limiti durante la recente elezione del Capo dello Stato, costringendo il Parlamento a ricorrere alla soluzione estrema, dopo contraddizioni e scene da teatro di borgata, di chiedere al Presidente uscente la disponibilità ad una rielezione, che, sia pure costituzionalmente corretta, sul piano dell’intento dei costituenti, che  avevano a tal uopo previsto una durata lunga del mandato, ne tradisce di fatto il principio ispiratore.

Tale vicenda è stata come il colpo di grazia per le contrapposte coalizioni di destra e di sinistra, che appaiono letteralmente disintegrate. Tale inevitabile epilogo è tuttavia certamente un fatto positivo. Dal disastro bisogna rifondare la politica, di cui non si può fare a meno, attraverso una paziente ricostituzione di soggetti politici identitari, che richiamino alla partecipazione attiva i cittadini, che se ne sono allontanati. La Carta fondamentale affida ai partiti politici un ruolo delicatissimo, ma alla condizione che siano realmente luoghi in cui si discuta liberamente per predisporre programmi e selezionare classi dirigenti, formate attraverso l’esperienza democratica interna e l’amministrazione degli enti locali.

La grave perdita di consenso conseguente al discredito delle attuali formazioni, tutte in crisi di credibilità, impone un percorso virtuoso di rifondazione di una nuova politica in grado di confrontarsi dialetticamente sul piano valoriale e riconquistare il necessario consenso. Bisogna recuperare ad essa la partecipazione popolare, rispetto a trent’anni fa, ridotta oggi a quella di pochi cortigiani interessati ad entrare nelle grazie dei capi partito, padroni. Soltanto formazioni caratterizzate da ambizioni identitarie, potranno riportare lentamente i cittadini a riavvicinarsi alla vita politica ed a fidarsi, fino ad indurli a prendere direttamente in mano la guida dei nuovi soggetti.

Dopo anni di contrapposizioni feroci tra destra e sinistra in una logica maggioritaria finalizzata alla gestione del potere per i propri interessi affaristici o per alimentare clientele, si deve tornare ad un confronto libero, possibilmente vivace, tra idee ed opinioni. Sarà quindi necessario, dopo lo sconvolgimento avvenuto nelle attuali coalizioni, impegnarsi ad un difficile lavoro di completa rifondazione dei partiti, probabilmente passando da un ritorno al sistema elettorale proporzionale. Si coglie una gran voglia di centro, inteso come moderazione, ma c’è il rischio che si risolva in un’operazione trasformistica di stampo neo democristiano, come da millenni è sempre stato in un’Italia clericale, soggetta al dominio del papato ed alla connessa falsa mentalità caritatevole. Quindi occorre assicurare la forte presenza di un centro laico, liberale e riformatore. Per un tale grande sforzo innovativo il PLI è intenzionato ad impegnarsi, insieme a tutte le forze disponibili senza preclusioni, ma in una logica pluralista e democratica, pensando al futuro del Paese ed al necessario risanamento delle finanze pubbliche. Si impone la urgente chiusura di una troppo unga fase negativa, fondata sulla distribuzione di risorse ai rispettivi elettorati di riferimento, scommettendo sull’ambizioso disegno di sentirsi protagonisti della costruzione di un’Europa federale, che possa fermare l’attuale declino e consegnarci un futuro all’altezza della nostra antica storia.

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