L’editrice Cairo per ottenere i grandi successi editoriali degli ultimi anni, si è sottomessa alla invisibile, ma potentissima consorteria dei post cattocomunisti, che, pur non avendo più partiti affidabili di riferimento, ha mantenuto un potere quasi assoluto nei settori, oltre che della Magistratura, della scuola, dell’Università, dell’arte, anche in quello dell’editoria. L’emittente TV “La7” ne rappresenta praticamente la voce ufficiale, insieme alla tradizionale Rai 3. “Il Corriere della Sera”, sia pure in modo più soft, sostanzialmente segue la medesima linea. Vi si rinvengono ancora editoriali di personalità indipendenti di grande prestigio, che per ragioni di continuità storica non sono stati estromessi, ma ai quali man mano vengono affiancati commentatori di stretta osservanza della sinistra, la quale ancora esercita una spiccata egemonia culturale, sovente elevata al rango di presunta differenza antropologica, di fronte ad un complessivo, purtroppo poverissimo, panorama culturale.

Da oltre un cinquantennio sono un lettore attento del Corriere, che è rimasto il quotidiano della borghesia italiana, anche dopo il fallimento dell’attacco velleitario di “Repubblica”. Tuttavia, ormai da troppo tempo, vedo l’organico prevalente di quello che fu il quotidiano di ispirazione liberale del grande Alberto Giovannini, popolato quasi esclusivamente da orfani del cattocomunismo e diventato ben altra cosa rispetto all’autorevole voce indipendente della tradizione. Il residuo panorama della stampa del campo moderato allo stesso tempo si rivela di livello infimo, spesso smaccatamente di destra, ad eccezione di lodevoli esempi, tuttavia molto minoritari, quale “Il Riformista”.

Mi ha colpito una errata e faziosa descrizione della situazione politica francese, contenuta nel supplemento domenicale del Corriere, “La lettura”, saldamente in mani di nostalgici del comunismo, dal titolo “La sinistra che vota a destra”, traendo ispirazione da una faziosa intervista al sociologo Roger Sue, palesemente legato ad un passato marxista. Se tale lettura fosse stata dell’Unità, quando era organo ufficiale del PCI, prima dei suoi numerosi fallimenti, non mi sarei meravigliato, ma sul Corriere non mi pare accettabile una descrizione del panorama politico d’oltralpe tanto contraria alla effettiva realtà. In Francia la sinistra infatti è sempre stata debolissima. Ciò deriva dal ricordo drammatico dei giorni del terrore durante la fase del Termidoro, che intendeva anticipare quello che un secolo dopo avvenne con la Rivoluzione russa, ma la storia prese la direzione opposta con l’avvento del bonapartismo. Il generale corso infatti cercò di coniugare grandeur militare e patriottismo, insieme ai valori innovativi della Rivoluzione francese, ben sapendo che in terra francese, sin dai tempi del Re Sole, ha sempre resistito una vocazione verso un forte sentimento nazionale. Il trionfo di Napoleone ne fu l’apoteosi, riuscendo a coniugare pulsioni rivoluzionarie con aspirazioni alla grandezza imperiale ed una vocazione alla modernizzazione. Il gesto simbolico del Bonaparte, che, dopo aver trascinato il Papa a Parigi nel giorno di Natale del milleottocento per la sua incoronazione, gli tolse la corona dalle mani e se la mise lui stesso sul capo, ebbe il significato simbolico di delegittimare l’autorità della Chiesa romana, che, esattamente mille anni prima, era stata solennemente esaltata attraverso l’incoronazione in San Pietro di Carlo Magno. Tutta la fase bonapartista, anche dopo la pausa della Restaurazione, fu improntata ad una aspirazione alla creazione di uno Stato moderno, coniugata con il tradizionale nazionalismo della grande Patria. Tale inclinazione ha sempre rappresentato un tratto distintivo della destra elitaria di quel Paese, a differenza di quella italiana, invece tendenzialmente pauperista, bigotta e sostanzialmente subalterna alla Chiesa. La Nazione francese si è sempre distinta per una sorta di bonapartismo ritornante, anche dopo la meschina parentesi di Vischy col regime subalterno al Raich del Maresciallo Petain. Lo ha dimostrato la “monarchia repubblicana” di De Gaulle, sorta sulle ceneri delle vicende dell’Algeria Francese e del relativo rumoroso nazionalismo. Il nuovo corso gollista, con l’impianto costituzionale della Quinta Repubblica, impose prima l’affondamento della CED e dopo un decisivo freno al processo federalista europeo, teorizzando una Unione confederale.

Dopo De Gaulle la destra francese, sostenuta da un notevole consenso popolare, ha sempre mantenuto tale vocazione, che è stata fatta propria da tutti i Presidenti di successo, sia gollisti, come Pompidou o Sarkozy, che del centro come Jiscard d’Estaing, e persino della sinistra come Mitterand, che fu un socialista fortemente sciovinista. La gosce francese tradizionale, a causa di tale specificità nazionale, non ha mai avuto molta fortuna. L’antico PCF non raggiungeva neppure la metà delle percentuali del PCI. Dopo il fallimento di Francois Hollande, infine, la sinistra si è ridotta ai minimi termini, relegando oggi nei sondaggi Melenchon sotto il dieci per cento e gli altri candidati alla presidenza (Hidalgo, Yannuk e Taubira) a percentuali al di sotto del cinque. Lo dimostra che l’opposizione operaia a Macron, negli anni scorsi è stata di piazza e spontanea, attraverso i “Gilet gialli”, ( una sorta di Cinque Stelle d’oltralpe) senza che i partiti della sinistra ne riuscissero mai ad assumere la paternità. Oggi ben tre candidature forti, tutte di destra, si contendono la prossima Presidenza. Oltre a Emmanuel Macron, concorrono Valerie Pécresse per l’area gollista, Marine Le Pen per la destra tradizionale del Front National ed Eric Zemmur per quella ancora più estremista affermatasi di recente. Tale inclinazione è nelle corde dei francesi, che rivendicano con orgoglio una forte sensibilità verso i valori della destra, che in quel Paese ha un radicamento profondo. Può piacere o no, ma in quel Paese, ritenuto culla dei valori liberali dell’Illuminismo di Voltaire e Montesquieu, anche la tradizione del pensiero liberale in gran parte si è affievolita a favore di un forte sentimento patriottico, che finisce sempre col prevalere.

Altro che Paese di sinistra che vota a destra!

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