Cristoforo Colombo, probabilmente, l’aveva capito già in quei suoi lontani tempi; prima, quindi, dell’Italiano di oggi. O almeno a me piace pensare così, con la variante al suo progetto di porre l’Estremo Oriente al posto delle Indie.

Sta di fatto che un Italiano contemporaneo che amasse profondamente se stesso e in misura leggermente gradata quelli che sono a lui vicini (o prossimi, se si vuole) per usi e costumi comuni; che vedesse nell’unione politica (da polis) un mezzo necessario alla sua protezione e alla garanzia della sua libertà individuale e di quella collettiva; che vedesse nel denaro un mezzo necessario e indispensabile per l’organizzazione della società ma ritenesse di doverlo sottrarre alla gestione di strapotenti  sciamani religiosi in vesti laiche (nel caso specifico: giudaici  nelle banche  e cristiani nello IOR e consimili istituzioni) per affidarlo al controllo dello Stato (palese e non deep); che pensasse a una soluzione pragmatica e immediata dei problemi della collettività facendo unicamente ricorso alla logica, al raziocinio, all’intelligenza e alla professionalità… un Italiano siffatto dovrebbe tentare di lasciare, come sperava di fare Cristoforo Colombo, l’Occidente per raggiungere il Levante.

Perché? Mi sforzo di elencare varie motivazioni.

1)Per evitare la confusione esistente già solo nei  Dizionari circa l’idea di libertà, definita (V. Devoto-Oli) con riferimenti a concetti vaghi, incerti, ambigui come volontà e coscienza di ordine morale, sociale e politico.

2)Per non dover constatare, leggendo la storia del proprio Paese,  che storicamente sia avvenuto proprio nella Roma imperiale, l’affossamento  di quell’idea di libertà che studiosi stranieri (non sospetti, quindi, di patriottismo partigiano), come Theodor Mommsen ed Edward Gibbon, avevano cercato di dimostrarne la nascita e lo sviluppo nella Roma repubblicana; e ciò, nonostante  la schiavitù e la presenza nella cultura dominante all’epoca non solo dei filosofi pre-socratici e dei sofisti della grande e piccola Grecia libera ma anche dell’autoritario e illiberale Platone e dalla sua Accademia di pensatori tutt’altro che liberi (dovevano giurare in verba magistri, per fare carriera).

3) Per non dovere accettare il principio che imposizioni o suggestioni religiose o filosofiche pur sé di natura assolutistica e astratta e di per sé assiomatiche e indimostrabili, ma surrettiziamente imposte, nel cosiddetto “foro della coscienza”  come cogenti e costrittive possano coesistere con uno stato di libertà generalizzato, sostanzialmente solo apparente ma considerato ugualmente accettabile.

4) Per non ammettere che sia stato privo di effetti devastanti ciò  che è avvenuto in Medio Oriente  e in Occidente dopo che le idee dei carovanieri e dei pastori mesopotamici fondate sull’utopia  del Paradiso (realizzabile, anche con la morte violenta nel Colosseo) attraverso infiltrazioni pacifiche e seduttive si erano imposte nell’Impero romano, trasformandolo in bizantino e annientando il paganesimo (soffocato nel sangue) e dopo che i seguaci di Platone, impossessatisi della “cultura” ufficiale della collettività, taroccandola con le loro presunte verità, l’avevano corrotta con i loro meccanismi di selezione degli aspiranti docenti.

5) Per ribellarsi all’idea che pur dopo l’avvento vittorioso delle fiabesche narrazioni mediorientali e delle saghe nordiche e dopo la crescita del platonismo filosofico con conseguente distruzione, (attraverso le utopie successive  del Sole dell’Avvenire o o del Popolo eletto che salva tutti gli altri)   del logos e della razionalità, caratteristiche  del mondo greco-romano, il concetto di libertà e la presenza di individui sedicenti liberali abbiano potuto continuare a persistere.

6) Per rifiutare  l’idea che sia democrazia vera e soddisfacente quella in cui si sia obbligati a scegliere, in mancanza di forze ispirate al pensiero libero, unicamente tra partiti, leghe, movimenti (o gruppi con nomi fantasiosi) orientati all’accettazione dello strapotere giudaico cristiano che si esprime nelle banche e negli istituti di credito di finta beneficenza  o  che oscillano verso  un filo-fascismo o un filo-comunismo, perché sono le uniche opzioni di  forze politiche che si riconoscono tutte nell’idealismo filosofico tedesco,

Un “liberale” italiano dell’evo moderno, caduto il suo popolo sotto l’egemonia di insegnamenti religiosi (cattolici o protestanti), di filosofie idealiste (generatrici del fascismo e  del comunismo) avverte certamente un comprensibile disagio, almeno intellettuale.

Né può meravigliare che si sorprenda nello  scoprire che per effetto probabile delle comune matrice idealistica tedesca

a)  i liberali dell’illuminismo francese siano divenuti, in breve volgere di tempo, i protagonisti feroci e implacabili del Terrore;

b) i sedicenti liberali e amanti della libertà italiani si siano sentiti, nel tempo, vicini al Duce, negli anni Trenta, affini ai democristiani negli anni Cinquanta, e solidali (con l’ALDE) con i catto-comunisti nell’Unione Europea di oggi.

… e che per effetto dell’influenza della religione giudaico-cristiana

c) anche i liberali di tipo anglosassone si siano lasciati irretire dal puritanesimo e abbiano accettato e accettino una giustizia che commina centinaia di anni di galera a chi ha commesso, decine e decine di anni fa, un peccato della carne, pur senza prove di inganno o di violenza, solo perché vietato da un supposto Dio.

Conclusione: Un italiano ostinatamente liberale (non alla maniera, ovviamente di Gentile o di Croce o di altri padri della Patria) ma timoroso del tramonto dell’Occidente, preconizzato da Oswald Spengler, convinto di vivere privo di una vera, interiore e profonda libertà in un Paese ancora abbacinato da monoteismi religiosi e idealismi hegeliani, assolutistici e mentalmente costrittivi non può che espatriare… solo in Oriente (e non in tutta quella parte di mondo, naturalmente).

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