La cosiddetta TV del dolore non sembra conoscere crisi. Anzi nel corso degli ultimi due anni, grazie al racconto enfatizzato ed enfatizzante dell’epidemia da Covid-19, essa ha alimentato se stessa. Il giornaliero bollettino medico di guerra con tanto di immagini ansiogene, numeri spesso dati a casaccio, commenti drammatizzanti hanno fatto da cornice alla narrazione di quanto accaduto nel solco di una tradizione mediatica ben consolidata. Secondo molti osservatori l’inizio della TV del dolore può essere fatto risalire alla tragedia di Alfredino Rampi, il ragazzino che nel 1981 cadde mortalmente in un pozzo artesiano. Vermicino, vicino Roma, per diversi giorni divenne capitale di un dramma nazionale. Ore lunghissime di diretta televisiva, telegiornali quasi monotematici, trasmissioni e giornali dedicati al triste caso inaugurarono questo nuovo filone capace di far aumentare ascolti e inserzioni pubblicitarie. Da allora in avanti è stato un crescendo. Il dramma, la disperazione, il pianto elementi utili per incollare allo schermo milioni di cittadini affascinati dalle cattive notizie. Ancora oggi questo modo di fare comunicazione trova appassionati e seguaci sedotti dall’allarmismo e dalla suspanse, quasi naturalmente protesi alla ricerca delle bad news: omicidi, stupri, sparizioni, calamità naturali, epidemie, guerre. Sono numerosi i talk show improntati su un tipo di racconto luttuoso, a tinte fosche, carico di negatività. L’appena trascorso biennio ha consacrato questo tipo di intrattenimento mediatico sbaragliando la concorrenza e restituendo in maniera plastica una versione a senso unico degli avvenimenti e diffondendo a man bassa malessere e preoccupazione. Oggi ad occupare lo spazio lasciato libero dalla pandemia è il conflitto in Ucraina. Il metodo appare essere il medesimo di quello adottato durante i ventiquattro mesi appena trascorsi. In maniera quotidiana TV, agenzie di stampa, radio parlano degli eventi bellici, facendo la conta dei morti e dei feriti spesso scendendo volutamente in macabri particolari. Sullo sfondo video e foto per avvalorare  l’indignazione, la sofferenza, l’angoscia collettiva. Insomma, la TV del dolore non sembra conoscere battute d’arresto visto che i palinsesti sono infarciti di trasmissioni che fanno della tragedia il proprio faro guida illuminante. Le lacrime, i volti affranti e disperati, la violenza, il morboso accanimento nel mostrare i cadaveri, le maratone televisive rimandano ad una rappresentazione degli avvenimenti con evidenti caratteristiche cinematografiche addirittura creando una sovrapposizione pericolosa tra fiction e vita reale. Un dato che appare chiaro e che trova, poi, una ulteriore cassa di risonanza grazie ai social (in particolare Facebook) che spesso senza alcuna verifica circa la veridicità delle notizie le amplificano facendole “rimbalzare” per centinaia, talvolta migliaia di volte trasmettendo un insano senso di disorientamento. Sono tantissimi i cittadini-telespettatori che sembra non riescano a fare a meno di essere bombardati da notizie negative addirittura cercandole passando da un canale all’altro, manifestando una assuefazione al dramma. Gli psicologi a tal proposito parlano di “droomscrolling” ovvero la tendenza delle persone a cercare notizie tristi, scoraggianti o deprimenti perchè mossi dalla paura e dall’ansia. Anomalo comportamento che induce a riflettere circa gli strani tempi che stiamo vivendo.

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