Un atteggiamento mentale molto diffuso ai giorni nostri è quello di considerare le società moderne, basate su modelli genericamente democratici volti a realizzare formalmente uno stato di diritto garante dei cittadini, come un decisivo passo in avanti nella qualità e dignità della vita rispetto alle società antiche. Del pari il senso comune tende in Occidente a considerare i moderni Stati totalitari come una riedizione attuale delle antiche civiltà assolutiste, traendone una convinzione tutto sommato sedativa, dato che gli Stati totalitari, dove esistono, sarebbero in fondo una cosa con cui gli uomini già erano abituati a convivere, mentre ogni nuovo Paese che arriva a costruire uno stato di diritto sarebbe un vero passo in avanti nella costruzione di un mondo migliore (molto raramente infatti, nella storia passata, si trovano società basate sulla libertà individuale e sui diritti). Tale atteggiamento è basato sul semplice confronto formale tra le leggi degli antichi reami e le Costituzioni dei moderni Stati, tra lo “status” giuridico del soggetto, servo della gleba o schiavo, con quello del cittadino. È chiaro che su queste premesse, tra l’essere considerato “proprietà” del signorotto o l’essere un uomo libero e fonte prima della legittimità del potere, nessun dubbio è possibile, il salto di qualità sarebbe veramente enorme e bisogna consentire con tale opinione dominante. Se però si passa da un’analisi solo formale delle società e degli Stati ad una sostanziale (che tenga conto cioè delle vere condizioni in cui queste società funzionavano e funzionano) le cose cambiano radicalmente. Immaginate un contadino lombardo nell’Europa dominata dagli Ottoni Tedeschi attorno al mille, in teoria egli era un servo della gleba, proprietà assoluta del suo signore e, da lì risalendo, dell’imperatore, in una società organizzata a piramide in cui i ruoli erano rigidamente fissati astraendo completamente dal principio di libertà. Se questo era certo formalmente vero, nella pratica però l’oppressione effettiva che questa società totalitaria esercitava sui singoli era drasticamente limitata da due fattori: l’estrema limitatezza delle strutture tecniche e la scarsità di popolazione. Di fatto il contadino di cui si parlava non aveva, tranne che in caso di guerra proprio nella sua regione, nessuna interazione anche indiretta con il monarca assoluto, non esistendo strumenti di comunicazione di massa come posta, radio, giornali (figuriamoci poi i “social”) era assai poco influenzato dall’alto, non esistendo una polizia centralizzata, schedari, organizzazioni collettive, tutto il suo rapporto con il potere si esauriva nel rapporto di dipendenza con il signorotto locale e con il prete, rapporto che consisteva poi, nell’essenziale, nell’andare a chiedere favori se il signore era magnanimo o nel farsi notare il meno possibile se era avido e prepotente.

In un’epoca in cui il concetto di libertà personale come diritto era sconosciuto ai più, essa era vista come un problema esclusivamente connesso con la personalità del signore feudale, venendo a dipendere dalla buona volontà di quest’ultimo, che, molto spesso, non aveva una cultura molto superiore ai suoi sudditi. Inoltre l’assenza di possibilità tecniche, quali quelle cui noi siamo abituati, aveva come logico corollario l’assenza dei bisogni che da esse sono scaturiti, senza mezzi di locomozione veloci e vie di comunicazione rapide aveva assai meno significato la libertà di circolazione, senza stampa la libertà di espressione aveva un significato solo formalmente uguale all’odierno e l’assenza di significative concentrazioni di cittadini rendeva quasi inesistente la spinta verso l’associazionismo politico.

Il secondo e principale motivo, per cui un Europeo appartenente ai ceti popolari non poteva risentire molto, in concreto, della struttura autoritaria della società feudale, era la scarsità della popolazione. In un’epoca in cui le grandi città erano niente più che grossi borghi, la maggior parte della popolazione viveva in piccoli paesi sperduti tra monti e foreste, dove le persone erano poche e non ingeneravano quella sensazione di soffocamento che si prova quando si ha a che fare con moltitudini di esseri spesso desiderosi di fare le stesse cose (e talvolta allo stesso momento) e dove scarse erano le probabilità di incontrare qualcuno che non fosse conosciuto da anni, la vita aveva così il ritmo familiare delle cose legate alla terra e ad una ristretta cerchia di persone e l’uomo non correva il pericolo di perdere la sua identità nella massa anonima. L’uomo veniva insomma meno influenzato di oggi da decisioni politiche lontane e di conseguenza provava minore bisogno di partecipare alla formazione di tali decisioni. In altre parole il sistema autoritario era in buona parte vanificato dalle condizioni reali che assicuravano, pur senza la garanzia delle leggi scritte, un certo limitato, ma effettivo, grado di autonomia e libertà. Oggi invece la situazione è radicalmente cambiata e l’imponenza dei mezzi a disposizione del potere può rendere concreto e totale ogni disegno liberticida. Posti di blocco, controlli d’identità, schedature, anagrafi, polizie centralizzate, telecamere diffuse, armi sofisticate indisponibili per gli uomini comuni, sono tutti strumenti attraverso i quali la volontà dei Tiranni e dei loro rappresentanti locali, può effettivamente essere esercitata, trasmessa dal vertice alla base, fino a regolare rigidamente la vita di ogni singolo cittadino, fino a giudicare, soffocare e punire ogni comportamento deviante (basti pensare, prescindendo dal merito, al trattamento poliziesco prima che medico del coronavirus).

Radio, televisione, cinema, giornali, scuola di massa, sono tutti canali attraverso i quali può essere più facilmente ottenuto l’ottundimento delle coscienze, la scomparsa del senso critico e l’acquisizione di un consenso totalitario e massificante. In questo modo la tecnica ha enormemente modificato la situazione esistente all’epoca degli Ottoni. Del pari l’enorme aumento della popolazione e l’urbanesimo hanno fatto sì che l’uomo non si trovi più a vivere la sua vita in agglomerati di poche persone, ma al contrario si trovi in costante contatto con un grande numero di persone all’interno delle strutture di massa (città, fabbriche, uffici, trasporti ecc.) e che la collettività giochi nei suoi confronti un ruolo molto più decisivo che nel passato, obbligandolo a seguire determinate regole e moduli di comportamento, senza che egli abbia più la possibilità, che aveva nel passato, di usufruire di fatto (anche se quasi mai di diritto) di un suo spazio privato per vivere e in cui potere, assieme a poche persone, seguire le proprie regole. Come si vede il problema di avere delle libertà riconosciute ed effettivamente rispettate, appare assai più importante in una società moderna, in cui la tecnica rende il potere terribilmente effettivo (si pensi solo al potere assoluto di vita e di morte delle bombe atomiche) che in quelle antiche, in cui di fatto un ridotto margine di autonomia poteva comunque sussistere e ciò mette in crisi la riposante convinzione di un generale progresso verso forme di società più civili, in quanto l’evoluzione verso forme statuali garantiste e democratiche è (forse) solo riuscita a mantenere un uguale spazio di libertà per il cittadino e non, come in genere si crede, ad aumentarlo. Si potrebbe anzi aggiungere che, storicamente, molte evoluzioni in senso liberal-garantista sono state determinate proprio dal presentarsi di nuove esigenze create dal progresso tecnico.

L’assoluta esigenza di una struttura democratica del potere si è presentata nella storia nel momento in cui lo Stato diveniva in grado di condizionare davvero il singolo, la diffusione dell’istruzione nel momento in cui diveniva indispensabile per vivere in società, la divisione dei poteri nel momento in cui gli strumenti dell’esecutivo divenivano troppo potenti, la libertà di stampa nel momento in cui diveniva strumento principe di persuasione. In questa visione però, i Paesi retti oggi con un sistema totalitario, non sarebbero più dunque solo la riedizione moderna di un vecchio e tragico sistema di governo, ma, per la possibilità di rendere più efficace e di tutti i giorni la loro tirannia, un vero e radicale peggioramento, mentre quelli considerati democratici e liberali lo sono spesso solo a livello apparente, costretti ed incanalati in realtà da una sorta di “pensiero unico politically correct” che viene imposto da un oligopolio informativo che è pervasivo e massificante e tende a limitare surrettiziamente diritti reali e di tutti (come la proprietà, la libertà d’opinione, di impresa, di informazione, di uso del contante) spostando tutta l’attenzione su diritti molto particolari (le droghe, le quote, i cambi di genere, le campagna salvifiche, le rappresentanze paritarie senza merito) che in più non vengono semplicemente resi liberi, ma praticamente imposti, resi quasi o completamente obbligatori. È chiaro che sarebbe difficile a questo punto precisare “quanto” i moderni Stati totalitari lo siano più dei vecchi, come pure sarebbe difficile precisare il miglioramento delle condizioni di libertà per effetto di leggi più liberali contro il loro peggioramento per effetto dell’aumento di popolazione, questo poiché fino ad oggi noi manchiamo di un metodo di indagine in grado di provare a darci delle differenze quantitative quando si parla di entità che non siano matematica o al più economia e non sappiamo dire con esattezza “quanta” liberà c’è in un determinato Paese, però si può tranquillamente affermare, sulla base del ragionamento svolto, che il problema della tirannide (e della finta democrazia) assume ai giorni nostri un rilievo ben maggiore che in passato. Lo stesso problema, affacciatosi in questo secolo, della giusta emancipazione della donna si è posto oggi perché prima era privo dello stesso significato, quando l’alta mortalità infantile e la scarsità di braccia rendevano necessari i molti parti, mentre la possibilità non traumatica di controllare le nascite senza rinunciare all’amore era inesistente, quando la forza fisica era la prima condizione sia per tirare l’aratro che per impugnare la spada, quando la dispersione in piccole collettività rendeva inesistente per i più il concetto stesso di struttura sociale così come oggi lo intendiamo, con asili, macchine e cure mediche e dunque la divisione dei ruoli tra uomo e donna risultava spontanea ed efficiente tanto da mostrarsi infatti così duratura e diffusa (e dunque non una schiavitù millenaria da cui oggi si starebbe uscendo).

Solo ultimamente la divisione dei ruoli, divenuta ormai soltanto abitudine e unicamente come tale perpetuatasi, è diventata davvero un’inutile e ingiustificata costrizione ed oggi, mancando le condizioni del passato, essa è sentita comprensibilmente, da chi non vi sia naturalmente portata di suo, come un’ingiusta esclusione. Oggi quella libertà assente ben più che nel passato nei Paesi totalitari (collettivistici o teocratici) e in grave pericolo in quelli sempre più solo formalmente democratici, va recuperata con un forte dose di individualismo, di garanzie giudiziarie, di difesa della proprietà, di libertà di informazione, di recupero di quelle tradizioni che sono la cultura dell’Occidente e va difesa anche contro quel capital-comunismo finanziario che sta diventando il primo nemico del liberalismo, anche quando si definisce ipocritamente e ambiguamente “liberal”. Questo la gente ha cominciato a percepirlo e a reagire contro il conformismo paralizzante imposto dall’establishment mondialista, ma lo fa ancora in maniera ribellistica e disorganizzata, non ha ancora maturato una reale consapevolezza della necessità di una elaborazione che porti ad una vera e propria politica di libertà, anche se questa in fondo c’è e c’è sempre stata: il liberalismo.

Ed è proprio e solo il liberalismo classico il vero antidoto a questa deriva di deterioramento delle nostre libertà, sia quello tradizionale che quello in versione “libertarian” e questo a destra devono finalmente capirlo tutti, da Viktor Orbán che è tutt’altro che un antidemocratico, ma fornisce armi ideologiche ai suoi avversari quando straparla di “democrazia illiberale”, a certa destra italiana che ottusamente rifiuta di appoggiare tutti i referendum sulla giustizia, dimenticando come provvedimenti da stato di polizia siano stati costantemente presi proprio contro di lei in settant’anni di Repubblica. Il populismo può essere solo la prima, istintiva, fase di ribellione alla soffocante alleanza massificante tra capitalismo finanziario e collettivismo, ma poi se vuole davvero cambiare le cose, se vuole davvero governare, deve diventare compiutamente e consapevolmente liberale (naturalmente con la “e” finale). Avrei certo votato Donald Trump, ma il suo populismo non è affatto bastato a cambiare le cose, mentre la grande, bellissima, lezione di Ronald Reagan, segnò una rivoluzione che salvò l’Occidente. Ed è su questa trincea che si vince o si perde. La Destra (non solo Italiana) o sarà liberale o non sarà.

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