All’orizzonte si intravede un periodo di recessione. Appare chiaro che i venti di guerra europei e le conseguenze di tipo energetico imporranno una stretta sui consumi modificando comportamenti e stili di vita acquisiti da tempo. I due anni appena trascorsi segnati dalle restrizioni a causa dell’epidemia hanno in questo senso già rappresentato un amaro assaggio: meno cene con amici e familiari, ridotte partecipazioni a cerimonie, acquisti più mirati di abbigliamento e calzature, meno viaggi e concerti. Beni e servizi che in economia vengono definiti voluttuari, superflui di cui se ne può fare a meno per vivere. Ad oggi i leaders politici che governano i Paesi dell’Ue non sono ancora usciti apertamente allo scoperto considerato che la tematica è spinosa. Lo scopo è evitare che si possa innescare un diffuso timore nell’opinione pubblica già provata dai trascorsi ventiquattro mesi. I segnali ci sono tutti e qualcosa già sta trapelando tra le righe del non detto della politica. Sullo sfondo il conflitto in Ucraina e l’ostilità crescente tra Occidente e Russia che da un ventennio sazia a buon mercato e con reciproca soddisfazione la sete di gas del Vecchio Continente. Gli scenari futuri raccontano di un mutato quadro dei rapporti in essere con pesanti e ancora difficilmente calcolabili ricadute sia sull’economia, che sugli equilibri geopolitici sempre molto delicati. Di certo a subire i maggiori costi dei mutati rapporti con Mosca saranno gli Stati maggiormente bisognosi di idrocarburi tra cui l’Italia, avida consumatrice di gas e petrolio ma poco o per niente produttrice degli stessi. Da qui il fatto che sarà plausibile un calo della produttività con tutti i nessi e connessi tra cui una possibile crescita della disoccupazione e un aumento dei prezzi: mix esplosivo da far tremare i polsi. Una riduzione generalizzata degli acquisti e dei consumi si tradurrà nel medio e nel lungo periodo in un rallentamento della produzione sino alla temuta crisi economica. Aspetto non del tutto evitabile se dovessero manifestarsi concrete difficoltà circa l’approvvigionamento di essenziali risorse utili ad alimentare la vita dei singoli Paesi. Nascondere la testa sotto la sabbia o non parlare di alcune tematiche per non turbare i cittadini non serve ad evitare il problema. A farne le spese sia le imprese (in particolare quelle afferenti al comparto industriale), che le famiglie progressivamente più povere e meno fiduciose verso il futuro. Da qui l’inevitabile cambiamento dei paradigmi ora esistenti con crescente frustrazione e malcontento. Senza ombra di dubbio in maniera graduale ma progressiva dovremo abituarci a vivere in maniera differente. Una sfida a cui saranno chiamati milioni di cittadini che dovranno rimodulare le priorità riadattandole al mutato contesto e alla minore ricchezza. In particolare sarà dura, molto dura per i tanti che nel corso degli ultimi lustri hanno premuto il piede sull’acceleratore dei consumi con ostentata spavalderia. Ad oggi e sino a quando non verranno individuati altri affidabili fornitori di combustibili fossili prevarrà un diffuso clima di incertezza che sarà causa di un  raffreddamento della spesa privata e quindi del benessere diffuso. La pace ad Est, figlia di un necessario accordo tra le parti in causa, è pertanto condizione necessaria per evitare il peggio. L’alternativa è guidare pericolosamente a fari spenti nella notte.

281
CONDIVIDI