Oggi 9 maggio 2022 ho assistito contemporaneamente a due feste: quella muscolare, roboante, con una ormai remota, quasi patetica ostentazione di potenza militare su una piazza rossa, dove hanno sfilato molte migliaia di soldati e soldatesse in assetto perfetto ed ostentando un passo dell’oca da fare invidia a quelle delle analoghe rappresentazioni di Hitler sull’Unter den Linden a Berlino negli anni trenta dello scorso secolo. I colori delle divise erano diversi, ma uguali i passi stentorei e l’allineamento perfetto, i volti inespressivi e la implicita minaccia di distruzioni e morti. Una rigidità che ha risvegliato la nostalgia nei vecchi generali, carichi di medaglie ed onorificenze, allineati sul palco delle autorità al fianco di Putler, che facevano fatica a tenere la mano sulla visiera del berretto per rispondere al saluto delle truppe in armi. E poi ho visto transitare, i mezzi blindati, i carri armati, i missili, gli strumenti tragici della distruzione, pronta ad essere portata nella civile e pacifica Ucraina, improvvisamente invasa, devastata e costretta a piangere migliaia di morti, principalmente civili.

Ho potuto per fortuna assistere, praticamente in contemporanea, ad un’altra festa, quella della spontanea semplicità di un bambino ucraino, che dopo giorni, ritrovava la sua mamma…ed il suo cagnolino, cancellando in un attimo tutto il pianto, il dolore, la disperazione, dimostrando come in un soggetto che aderisce a logiche elementari, gli scenari, le espressioni riescano a cambiare, anche radicalmente per l’effetto della potenza immediata, racchiusa nel mistero della semplicità infantile. L’espressione di quel volto era la migliore sintesi, che nessun artista avrebbe potuto immaginare e realizzare, di quella felicità piena, totale, assoluta, istintiva, vera. L’opera d’arte consisteva nel vero volto del più bel bambino del mondo, che esplode, certamente dopo giorni di cupo dolore, in quella immagine così autentica, così umana, così sentimentalmente immortale, che esprime in modo perfetto il contrappasso verso il disgusto della dimostrazione di potenza distruttiva dello Zar. Mi sono sentito restituire improvvisamente un senso di umanità che, quasi senza accorgercene, quasi tutti andiamo perdendo. Come per il timore che inesorabilmente qualcosa della nostra vita di ieri possa sfuggirci quotidianamente, ci ritroviamo disperatamente lo a rincorrerla. Quella visione così semplice, ma vera, profonda, direi ancestrale, mi ha acceso la luce della speranza, che in periodi come l’attuale è facile smarrire. Di fronte all’orrore, alla disumanità, la vera bellezza vince sempre, perché ci fa resuscitare, risveglia nel nostro animo, ormai troppo spesso come morto, intento ad occuparsi solo di barili di petrolio o di metri cubi di gas, la meraviglioso desiderio del senso autentico della vita, che non è il contrario della morte, che il despota russo impone ogni giorno e che i media ci forniscono a iosa, ma la gioia intima e profonda di una più nobile e profonda natura umana, che forse abbiamo seppellito, ma va riscoperta e fatta esplodere, come la bellezza della primavera, come un capolavoro d’artista che fa mancare il fiato, come gli occhi di quel bambino, che correva verso su madre ed il suo cagnolino. Ce lo ha insegnato il poeta: nati non foste per viver come bruti. Lo sappiano persino Putin ed i suoi cadenti generali. Il domani è il volto di quel bimbo!

Stefano de Luca

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