Se nel suo intervento alla Camera sulla verifica della maggioranza dei giorni scorsi l’On. Antonio Martino, liberale doc, ha messo l’accento sulla promessa berlusconiana della rivoluzione liberale fatta agli italiani nel 1994 nel momento in cui “scendeva in campo“ ricordando di avere partecipato alla redazione del programma elettorale di F.I., soprattutto per la parte economica; se, sempre nei giorni scorsi, il Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà ha sottolineato la carenza di competitività e la necessità che la stessa venga accresciuta colpendo i tanti mercati protetti; se molti notisti politici, in questi giorni, richiamano l’attenzione sul ruolo debole, quasi inesistente, della concorrenza in Italia, una ragione c’è ed è da ricercarsi, certamente, nella consapevolezza del fallimento/tradimento dell’impegno assunto da Berlusconi – e mai mantenuto – di garantire più liberalizzazioni, più privatizzazioni e meno Stato. Con il risultato che oggi la grave crisi economica unita al declino di una leadership in cui credono sempre meno gli italiani e persino alcuni dei suoi  “obbedienti“ amici fanno aumentare nel nostro Paese la richiesta di più Stato e di meno Privato (vedi esito referendum sull’acqua). Davvero un bel risultato per uno che, a parole, ha fatto professione di essere un liberale!

Ma un successo l’ha conseguito e bisogna dargliene atto: non ha consentito l’affermazione dell’idea liberale e nemmeno la nascita di un’area politica autenticamente liberale capace di organizzarsi sul territorio. Non ce n’era bisogno, perché il “liberale” era lui!

E tutto ciò mentre nel mondo il pensiero e la cultura liberale sono tutt’altro che in crisi e c’è anzi un risveglio generale dei valori liberali che non possono, però, essere rappresentati con qualche credibilità da chi sceglie la via dell’impoliticità o dell’antipolitica, che è alternativa alla cultura liberale, o quella del bricolage della menzogna.

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2 COMMENTI

  1. Caro Pippo,
    sono estremamente lieto di leggerti qui, nello spazio “virtuale” (ma poi non cosi’ tanto) del PLI. Spero che tu voglia proseguire questa “frequentazione” e magari passare anche nello spazio “reale” del nostro partito che abbisogna, oggi più mai, del contributo di tutti i liberali veri, come te, che sono stufi di questo mantra falso e mistificatorio dei liberali e del liberalismo di “altrove” che tu, giustamente, stigmatizzi nel tuo bellissimo intervento.
    Colgo l’occasione per estenderti il mio, e quello di tutto il PLI catanese, più vivo sentimento di solidarietà e vicinanza per il vergognoso trattamento che hai subito qualche settimana fa nella Giunta Comunale di Messina. E’ evidente come nel PDL della città di Antonio Martino (non oso citare il padre accostato a quelle tre lettere), viga il più totale disprezzo per la meritocrazia e per una persona come te che, a detta delle evidenze, è stato uno dei migliori amministratori pubblici che la città di Messina abbia avuto negli ultimi 15 anni.
    Spero dunque di poterti leggere sempre più spesso e di poterti “collaborare” nella vera e sola casa dei liberali italiani, quella di sempre, quella del PLI.
    Un caro saluto

  2. Io credo che Antonio Martino abbia voluto sottolineare come si tratti senza alcun dubbio di “Rivoluzione Liberale” mancata (o addirittura abortita prematuramente) quella di Berlusconi dalla sua discesa in campo politico ad oggi: molte speranze, alle volte presentate quasi come certezze, si sono poi rivelate nel corso degli anni fallaci, come esse siano state deluse e dimenticate.
    Tanti liberali, poi delusi ed amareggiati, avevano dato credito alla possibilità reale di vedere finalmente la realizzazione in Italia di quello Stato liberale e di quella poitica liberista che dal secondo dopoguerra sembravano completamente esautorati per dare spazio ad azioni e politiche senza dubbio più prettamente nazional-popolari probabilmente corrette subito dopo la fine della guerra e durante il boom economico ma non lo erano certamente più dalla fine degli anni sessanta in poi.
    Antonio Martino ha espresso la delusione e l’amarezza che noi tutti avremmo voluto portare in aula alla Camera se avessimo avuto la possibilità di poterlo fare.

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