Un titolo fortemente provocatorio, ma anche dal doppio e veritiero significato, quello del Padiglione del burrascoso e vulcanico Vittorio Sgarbi, scelto, dopo il valzer dal titolo “dimissioni o non dimissioni” che l’ha visto protagonista, come curatore della sezione italiana, in questa 54°esima edizione della Biennale di Venezia.

Il primo e violento attacco, come perentoriamente affermato in conferenza stampa, è rivolto al sistema, o meglio, secondo le parole di Sgarbi, alla “mafia” dei critici, “troppo spesso arcigni e severi”, e dei curatori d’élite, abituati ed esperti nel scegliere accuratamente i loro protetti, decidendo dispoticamente chi è grande e chi è piccolo, chi è un vero artista e chi è un artista della domenica, chi merita di essere esposto e chi invece deve essere relegato nel sottobosco dell’arte. Attacco verbale, continuato nella polemica contro mercanti d’arte e facoltosi specializzati nel trasformare l’arte in un qualcosa di lontano dal sentire comune, che il critico d’arte ha reso concreto, esponendo “democraticamente” nel cuore del Padiglione 200 artisti scelti, secondo una logica insolita, ma a dir poco convincente, da 200 influenti intellettuali legati al mondo dell’arte tout court nel Belpaese, tra i quali, solo per citarne alcuni, Umberto Eco, Marc Fumaroli, Dante Ferretti, Corrado Augias, Dominique Fernandez e Ennio Morricone, che hanno così potuto esprimere il loro parere personale in merito agli ultimi dieci anni di arte contemporanea in Italia. Un parere, a detta di Sgarbi, ma che è pura e sacrosanta verità, che se tutti non hanno è per colpa dell’arte, decisa in Italia dai pochi e, in egual modo, rivolta ad una ristretta cerchia di persone.

L’Arte non è Cosa Nostra è allora un interessante e profondo messaggio che non solo si rivolge criticamente all’autoreferenziale sistema decisionale di critici, curatori, mercanti e facoltosi ma, ed è questo il punto fondamentale, afferma energicamente la necessità per l’arte di tornare ad avere un rapporto più stretto ed intimo con la gente, perché l’arte non deve essere per gli specialisti, ma deve essere per tutti, contro l’elitarismo culturale italiano, nostra malattia per antonomasia, di ipocriti modaioli e pseudo-intellettualoidi radical-chic.

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