Il bailamme di posizioni sul gasdotto South Stream non conosce requie. Particolarmente attivi in questo sport sono gli  americani, che hanno inizialmente adottato atteggiamenti assolutamente contrari, di seguito prudenzialmente attendisti,  e infine moderatamente accondiscendenti sulla fattibilità del progetto Eni-Gazprom (allargato poi a Wintershall ed Edf).

L’ultima posizione ufficiale in materia (al netto di ripensamenti prossimi venturi) è quella espressa dal ministro plenipotenziario USA per l’energia in Eurasia, Richard Morningstar, il quale ha affermato che al momento gli Stati Uniti non hanno «orientamenti antirussi». L’affermazione è scaturita anche in considerazione del fatto che il progetto alternativo Nabucco (alla cui firma dell’accordo intergovernativo fra i Paesi coinvolti il ministro rappresentava gli Stati Uniti) non avrà gas disponibile almeno «fino al prossimo decennio». I trascorsi del diplomatico sono particolarmente eloquenti sulla rilevanza accordata dal governo americano alla politica energetica europea. Nel 1995 fu nominato Special Advisor del Presidente per il supporto agli stati dell’ex-Unione Sovietica di recente indipendenza. Tre anni più tardi, nella sua nuova mansione di Special Advisor per la diplomazia energetica nel bacino Caspico, fu tra i promotori dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Questa pipeline merita di essere analizzata per cogliere pienamente le implicazioni geopolitiche e militari che ciascun progetto del genere comporta nelle relazioni internazionali.

L’oleodotto è in funzione da sei anni, e transita per l’Azerbaigian, la Georgia e la Turchia. Il tracciato dribbla accuratamente l’Armenia (per via delle dispute territoriali sul Nagorno-Karabakh che l’oppongono all’Azerbaigian). È ritenuto vitale dal Presidente georgiano Mikhail Saakashvili (tanto da essere una delle concause che ne hanno determinato l’azzardo diplomatico della guerra contro la Russia). Attraversa infine zone a maggioranza curda della Turchia, motivo per il quale è stato oggetto di un attentato del PKK nell’agosto 2008.

Ancora più interessante è la composizione del consorzio di aziende che lo ha costruito (in cui l’inglese BP ha una quota maggioritaria del 30,1%): tre americane, l’Eni, due francesi, quelle dei Paesi di transito e una norvegese. Nessuna compagnia russa. Per quanto riguarda infine il dato concreto, cioè la portata del faraonico impianto, esso al momento fornisce appena l’1% della domanda globale di petrolio. È quindi evidente che la valenza del progetto sia stata soprattutto politica. Affrancare dal controllo russo regioni strategiche per l’Europa (e non solo) sotto il profilo energetico.

Il motivo della lunga digressione sull’oleodotto è proprio mettere in evidenza le peculiarità del gasdotto South Stream, la cui realizzazione non ha esclusivamente una finalità politica. Al contrario, l’opera riveste una cruciale importanza per  il futuro energetico del vecchio continente. Il recente risultato referendario italiano getta inoltre sul terreno il nodo cruciale della nostra (in)dipendenza energetica. La corsa alle fonti di energia, grazie anche al promesso stop del nucleare tedesco, vedrà attori europei sempre più impegnati in sfide globali. Ed è proprio in quest’ottica che il gigante russo Gazprom ha in progetto di espandere ulteriormente la sua sfera di influenza sia in Europa, che in Cina.

Nonostante l’informale “via libera” dato dagli americani al progetto del gasdotto, proprio con l’UE sono sorti accesi contrasti sulla possibilità di accesso di terzi fornitori all’opera da 15 miliardi di Euro, ipotesi ventilata dal Third energy package dell’UE ma ritenuta inammissibile dai russi. Il Direttore Generale di Gazprom Export Aleksandr Medvedev ha definito a tal proposito «giustificabile» la posizione di monopolio detenuta dalla società russa, essendo – a suo dire – l’unica in grado di fornire materialmente il gas, oltre a poter sostenere gli enormi costi di sviluppo e manutenzione. Non sarebbe quindi accettabile l’ipotesi di altri operatori che, sfruttando l’hardware una volta terminato, possano usare il gasdotto per pompare il proprio gas verso l’Europa. Emissari russi avevano anche tentato, durante la presentazione del progetto a Bruxelles, di far riconoscere l’opera come “prioritaria” dal commissario UE per l’Energia Günther Oettinger – ottenendo in tal modo l’esenzione dal diritto di accesso a terzi fornitori – ma senza successo.

Venendo al quadro generale della situazione, sono state sollevate critiche da più parti nei confronti dell’entangling alliance fra Europa e Russia che il gasdotto determinerebbe. Si è paventata una riduzione in servitù dell’Europa, che potrebbe divenire ostaggio delle scelte politiche del gigante eurasiatico. Eppure, pochi hanno saputo cogliere nel progetto l’aspetto cruciale dell’interdipendenza. Come ha affermato Aleksandr Medvedev, il legame con l’Europa – oltre ad essere vitale per la sopravvivenza della società controllata al 50,01% dallo stato russo – è anche fondamentale per la Federazione; il fatturato di Gazprom rappresenta più del 5% del PIL russo. Sembra quindi quantomeno azzardato pensare che la Federazione Russa sia disposta a rinunciare a un così importante asset per calarsi in inverosimili wargames con gli Stati europei. Del resto, i decennali rapporti allacciati fra le società petrolifere europee (Eni in testa) e russe si sono dimostrati più solidi dei regimi politici dei Paesi cui queste aziende appartengono. Più che essere una minaccia, South Stream potrebbe rappresentare una opportunità, sempreché l’Europa sappia agire con coscienza del proprio ruolo e del peso geopolitico di cui ancora può godere.

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