La recentissima nomina del Prof. Mario Draghi a Governatore della Banca Centrale Europea è stata, giustamente, rivendicata dal Governo come un’importante vittoria politica del nostro Paese sullo scenario internazionale. E tuttavia è bene soffermarsi sull’aspetto della politica “interna” italiana per ipotizzare a quale vittoria “reale” punta il nostro esecutivo.

Con la riforma del 2005 (l. 262/2005), quindi sotto l’egida dell’attuale maggioranza politica, si è ridefinita la procedura di nomina del Governatore della Banca d’Italia; prima della riforma essa veniva espressa dal Consiglio Superiore della Banca d’Italia che quindi manteneva la sua più piena autonomia rispetto al potere politico auto-determinando, di fatto, il proprio vertice. Con la nuova procedura invece (comma 8, art. 19, l. 262/2005) : “La nomina del governatore è disposta con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia”. La nuova procedura, che per la verità riguardò anche la nomina di Draghi, sposta decisamente l’asse della decisione sul Governo posto che non è ben chiaro se il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia sia meramente consultivo o vincolante.

E’ noto a tutti che la tradizione italiana ha sempre voluto dei Governatori che provenissero dall’ “interno” (ovvero da un “esterno” molto contiguo) della Banca d’Italia e questo per due sostanziali ragioni. La prima è che l’istituzione è stata sempre vista come un autorevolissimo advisor indipendente rispetto alla politica, capace di rappresentare una sorta di “contrappeso” tecnico ed indipendente nella gestione della politica economica. La seconda derivante dal fatto che l’elevatissima preparazione tecnica dei vertici della Banca è sempre stata garanzia di una “fucina” di personaggi autorevoli, preparati e stimati sulla scena internazionale. Non a caso diversi Governatori, sono poi diventati Presidenti della Repubblica, Presidenti del Consiglio, Ministri, etc.

Ma, dai rumors che si accavallano frenetici in questi giorni, non pare che il Governo sia intenzionato a rispettare questa tradizione, e ci sarebbe sembrato strano il contrario visto che se c’è un’attività in cui questo esecutivo eccelle è quella di tentare di scardinare tutti gli equilibri istituzionali in favore dell’esecutivo.

Ed infatti il Governo ha già invitato, secondo la legge testè citata, il Consiglio superiore della Banca d’Italia ad esprimere il suo parere, cosa che dovrebbe avvenire nella prima metà di questa settimana. E’ ipotizzabile che la Banca Centrale vorrà tentare di mantenere la “soluzione interna”, come da tradizione, esprimendo quello che, ad oggi, è il candidato (della banca) più accreditato anche perché “consigliato” dallo stesso Draghi: Fabrizio Saccomanni, attuale “numero 2” di Via Nazionale. Ma il Governo, invece, pare aver fatto quadrato (stranamente viste le tensioni interne tra Berlusconi, Bossi e Tremonti) sul nome del Prof. Vittorio Grilli, attuale Direttore Generale del Tesoro (nonché membro, tra l’altro, di Aspen Institute). Il barometro, al momento, è decisamente a favore di Grilli che, sia ben chiaro, è stimatissimo da tutta la comunità finanziaria e governativa internazionale. E’ chiaro che Grilli, pur con la sua indiscutibile competenza e prestigio internazionale, sarebbe una decisiva rottura dell’equilibrio sin qui mantenuto nella vita repubblicana e cioè che a Palazzo Koch ci va uno di Palazzo Koch; mentre Grilli arriverà direttamente da Via XX settembre. C’è da vedere se poi il Presidente della Repubblica (formalmente la nomina spetta a lui) rispetterà la proposta di Palazzo Chigi (che stando alle voci attuali è appunto di rottura rispetto alla tradizione di equilibrio fin qui attuata) ovvero vorrà dire la propria aprendo un possibile impasse su una vicenda assai delicata. Vi è una terza possibilità che ha iniziato a prendere corpo nei giorni scorsi: quella di Lorenzo Bini Smaghi che ha “dovuto” lasciare il board della Banca Centrale Europea per favorire la nomina di Mario Draghi. Bini Smaghi potrebbe essere una buona soluzione di compromesso, visto che è stato sia in Banca d’Italia che al Governo (ha ricoperto la Direzione Generale dei Rapporti Finanziari Internazionali del Ministero delle Finanze dal 1998 al 2005, quindi sia sotto il centro-destra che sotto il centro-sinistra).

Ma perché mai il Governo, che nella nomina di Draghi del 2005 sostanzialmente si attenne alla prassi, adesso vorrebbe portare la Banca d’Italia sotto la “sua” ala, nominandone al vertice un suo uomo? Le ipotesi sono diverse e si può provare a tracciarne un probabile quadro di sintesi. In primo luogo è una costante di questo esecutivo mettere in atto lo spoil system ovunque si possa, anche nel dubbio, anche a costo di rompere, come in questo caso, delicatissimi meccanismi consolidati di garanzia per il Paese. Silvio Berlusconi è convinto che il solo fatto di aver cambiato una legge elettorale, sul cui giudizio in questa sede si preferisce soprassedere, in senso maggioritario abbia trasformato la Repubblica Italiana in una Repubblica Presidenziale con ampi poteri dell’esecutivo e questo sta costringendo il Capo dello Stato ad estenuanti, quanto delicati, momenti di “precisazione” delle regole costituzionali. In secondo luogo non è escluso che l’esecutivo voglia maggiormente condizionare l’unico potere importante e sostanziale rimasto alla Banca d’Italia: quello di vigilanza sugli istituti di credito. E non caso negli ultimi tempi, il mondo bancario non ha mancato di mandare “segnali” con cui si gradirebbe un “allentamento” della ferrea vigilanza di Palazzo Koch (che ha consentito, tra le altre cose, di tenere sostanzialmente fuori le banche italiane dalla virulenta crisi greca). E’ ovvio che se il Governo avesse un maggiore ascendente sulla Banca d’Italia l’asse del controllo e della vigilanza si sposterebbe da un piano meramente indipendente e tecnico ad un livello maggiormente influenzato dalla politica.

La partita di questa importante nomina non sarà semplice e se è vero che il Governo oggi ha dalla sua la legge, sul piano più squisitamente politico ed istituzionale non è detto che la Presidenza della Repubblica cederà facilmente a questo ennesimo disequilibrio del sistema. Certamente resta il fatto che è assai preoccupante che pure la Banca d’Italia rientri nel controllo diretto dell’esecutivo violando una tradizione istituzionale che ha sempre garantito al Paese risultati di grande livello, stabilità e credibilità.

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1 COMMENTO

  1. è una gran bella favola che Bankitalia si faccia controllare dal governo: ma figuriamoci!! è piuttosto il governo a seguire a bacchetta i dettami dei banchieri, prove ne è che sono loro i proprietari di BDI al punto che la vigilanza sugli istituti bancari che dovrebbero controllare è una semplice farsa, chiedere all’Onle Lannutti per conferme … prova ne è che la proprietà della moneta è la loro (la BCE infatti, guarda caso è di proprietà delle BAnche centrali di tutta la UE comprese le nazioni che non hanno l’euro; ne consegue che anche la famosa “politica monetaria” della BCE lascia molto perplessi poichè dovrebbe essere logicamente riservata ai soli Paesi che hanno adottato l’euro, non certo anche a Regno Unito, Svezia e Danimarca…) e i 40 mld dell’attuale manovra finanziaria nelle tasche di chi vanno se non a lor signori banchieri? al di la dei tecnicismi da burocrati (ripianamento del deficit, equilibrio dei conti ecc) allorquando si va al concreto la verità è solo questa: la BCE è un mero strumento di attuazione degli interessi privati dei grandi speculatori finanziari, con banche in pole position. la realtà attuale lo testimonia in modo inequivocabile, altro che “risultati di grande livello, stabilità e credibilità”: il sig. Lombardo dove vive?

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