Le conclusioni di Dario Antiseri e di Corrado Ocone nel loro ultimo saggio, Liberali d’Italia (2011, Rubbettino, pp. 71, € 7), giungono sotto forma di pacata polemica. Antiseri risponde – quasi in un volersi giustificare – alla critica rivolta da Ocone all’altro scritto del collega, Liberali: quelli veri e quelli falsi (1998, sempre per Rubbettino). In cui Antiseri affermava che l’homo liberalis conosce e accetta la possibilità di sbagliare, perché è cosciente “della propria e dell’altrui ignoranza”. Un’argomentazione finale per confutare a Ocone l’insinuazione che lui, Antiseri, sia un rappresentante di quel liberalismo “astratto e metafisico”, che fa rinchiudere i propri seguaci entro i confini di una sterile dottrina.

No, ribatte Antiseri. Egli protesta il fatto di aver voluto con le proprie riflessioni “individuare, nella scia dei grandi esponenti della tradizione liberale (cui è dedicata questa opera), idee e situazioni che, apparentemente liberali, del liberalismo costituiscono la negazione”. In questo senso, la precisazione che non c’è intenzione di discettare di un “liberalismo inesistente” ma che è indispensabile, come per ogni opera di approfondimento, “specificare i tratti della situazione teorica cui si è pervenuti, nella chiara consapevolezza che nulla vi è di definito”. Fornire una relazione che stabilisca l’immagine del liberalismo la quale, tuttavia, non dovrà mai essere ultima.

Il titolo stesso dell’opera in questione, Liberali d’Italia, dice che la discussione Antiseri-Ocone non è altro che l’appendice di un volume incentrato su una sorta di riassunto storico del liberalismo dello scorso secolo, nell’analisi del pensiero e delle azioni dei nomi più prestigiosi di quello che – in una recente intervista concessa al nostro giornale – il filosofo Marcello Veneziani ha definito criticamente un “sottinteso”, nel senso che “difficilmente riesce a essere esplicitato”. Forse tralasciando – Veneziani, appunto – per fretta, ma – perché no – per reale convincimento, che invece nel Novecento italiano il liberalismo, grazie a pensatori, scrittori e uomini politici, ha segnato nel profondo lo sviluppo della nostra Repubblica e della nostra società. Ne accenna anche Giulio Giorello nella prefazione, quando ricorda Ocone, secondo il quale “dall’Illuminismo in poi” il liberalismo è stato uno “strumento di lotta contro le più svariate forme di autoritarismo e illibertà”.

Ciò che emerge dai diversi, autorevoli pensieri del Novecento è, sempre fino a nuovo postulato (“in un movimento dialettico che non ha mai fine”), che uno Stato, un qualsiasi ordinamento politico deve rendersi garante della “libertà individuale, del pluralismo sociale e della democrazia. Le personalità, quindi, di cui era indispensabile parlare nell’agile saggio edito da Rubbettino, sono i sostenitori “in senso stretto della cultura politica liberale”, coloro quindi, “i quali hanno combattuto il totalitarismo”, Liberali, perciò, antifascisti e anticomunisti.

Si parte con i due uomini che sono all’unanimità considerati i Padri del liberalismo italiano: Benedetto Croce e Luigi Einaudi, muovendosi da una sostanziale differenziazione, cioè che il primo va considerato soprattutto un filosofo, mentre il secondo un economista. Croce, anche ministro dell’Istruzione nell’ultimo governo Giolitti (1920-21), Einaudi – una volta archiviato il fascismo – governatore della Banca d’Italia (1944-47) e secondo Presidente della Repubblica Italiana (1947-54). Per Einaudi “non vi può assolutamente essere liberalismo senza liberismo economico”. Per Croce “l’uomo può anche scegliere di vivere in perfetta comunione dei beni con un gruppo più o meno ampio di suoi simili (…)”.

Si passa a Gaetano Salvemini e al suo liberalismo radicale. Salvemini, prima socialista, poi e per sempre un democratico, ma anche un laico, liberale, appunto, radicale. Una forma mentis più “vicina a quella di Einaudi e lontanissima da quella di Croce. Per lui esistono solo “problemi e fatti concreti”.

Rivoluzionario fu invece Piero Gobetti, “giovane precocissimo e un intellettuale dall’attività multiforme”. Fondatore di riviste, tra le quali, la più importante, La rivoluzione liberale, raccolta del 1924 di alcuni saggi sulla politica in Italia. Per Gobetti il liberalismo “deve essere concepito come una continua risposta e sfida, (…) un qualcosa che è sempre sul campo o in trincea, che va costruito giorno dopo giorno”.

Con Carlo Rosselli (“una delle maggiori figure dell’antifascismo italiano”) si parla di socialismo liberale, vale a dire una di “radicale critica del marxismo”. Con lui si giunge a chiedere la “rottura fra socialismo e marxismo”, ma senza che il primo venga ripudiato. Anzi, per Rosselli, con il divorzio dal marxismo “il socialismo ritrova se stesso” e non può non incontrarsi di nuovo col liberalismo.

Guido Calogero e Aldo Capitini portano all’osservazione del liberalsocialismo. In particolare Calogero fu accusato da Croce per il tentativo di individuare una “irrealizzabile sintesi fra i due concetti. Tentativo considerato improponibile, in quanto “la libertà è un principio filosofico”, viceversa “la giustizia è un concetto empirico”. Invece Calogero sostiene che “il liberalismo prende il via proprio nel momento in cui gli uomini iniziano a risolvere i propri problemi discutendo e non più scannandosi”. Da qui la convinzione che vi fosse bisogno di una “nazionalizzazione o statalizzazione di amplissimi settori dell’economia nazionale”. Tutto ciò, si intenda, pur nella disapprovazione “della collettivizzazione integrale e forzata dell’economia sovietica”.

Il saggio di Antiseri e Ocone non tralascia di ricordare figure quali Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi (federalismo liberale). Sostenitori di una sorta di globalizzazione ante litteram, cioè del fatto che la vicenda dello Stato Nazione fosse terminata e che per il futuro fosse necessaria “un’integrazione politica dell’Europa e del mondo (…)”. Spazio anche a Luigi Sturzo e al cattolicesimo liberale, con la “mai sopita lotta (…) fra l’anima cristiano-liberale e quella cristiano-sociale”. Un punto d’arrivo politico, in linea col “cattolicesimo liberale” ottenuto da Alcide De Gasperi. E ancora il liberalismo delle riviste, con Il Mondo di Mario Pannunzio, col suo soffio vitale alimentato da “libertà e anticonformismo, pluralistico ma in un’ottica rigorosamente di ‘terza forza’ (…).

Infine anche una riflessione sul pregiudizio per cui si deve “ignorare sempre e comunque il contributo dei cattolici liberali”. Sbagliato, secondo Antiseri, perché “gran parte dei nostri scopi e fini occidentali, come l’umanitarismo, la libertà, l’uguaglianza, li dobbiamo all’influenza del Cristianesimo”, come fondamento della modernità occidentale. E, sempre Antiseri, cita Croce quando ricorda che lo stesso affermava che “il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto”.

Liberali d’Italia è un saggio che, pur ribadendo spesso concetti acquisiti e ormai assodati, ha il merito di ripercorrere con ‘pulizia’, ordine ma anche dinamismo dialettico, tali conoscenze, proprio attraverso il ricordo di coloro che ne sono stati grandi e indiscutibili edificatori.

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1 COMMENTO

  1. Nel testo la sintesi si spinge all’esposizione dell’essenziale. Con la chiarezza ed il rigore che sono propri di chi padroneggia la materia. Lettura utile e gradevole, particolarmente adatta alla cosiddetta generazione twitter.

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