Nella fredda Fairbanks, in Alaska, la tredicenne Vanessa Lemon (Savanah Wiltfong), di madre bianca e padre eschimese, è follemente innamorata dell’intellettualoide Philip (Shayne Topp), da tempo compagno di scuola e di vita, che decide però di abbandonarla una volta entrato nel mondo del liceo. Dopo un’estate alquanto tormentata, con il cuore letteralmente in frantumi, la giovane Ness, in seguito all’ottenimento di una borsa di studio riservata alle minoranze etniche, sceglie comunque di iscriversi alla medesima e facoltosa Nichols Academy frequentata dal ragazzo, nella quale, però, viene subito relegata tra i cosidetti Fubar, i Fucked Up Beyond All Recognition, gli “sfigati” della scuola, disadattati ed emarginati. Malgrado questo svantaggio iniziale, la dolce Ness alla fine cerca e trova la possibilità di riscattare sé stessa e la comunità di cui è portavoce, approfittando della Snowstorm Survivor, la consueta gara scolastica ispirata alle tradizionali olimpiadi dei nativi indiani.

Presentato al Festival del Cinema di Roma 2009 nella sezione dedicata ai ragazzi “Alice nella città”, la pellicola dell’esordiente statunitense Suzi Yoonessi decide di affrontare l’arci-trattato tema del problematico passaggio dall’infanzia all’adolescenza. E lo fa, senza eccellere, raccontando le vicende della tenera Vanessa Lemon, soprannominata Ness, alle prese con le prime e complicate delusioni amorose, scissa tra le grandi incertezze quotidiane e le piccole ingiustizie di cui è vittima, tra l’ardua ricerca di una propria identità e l’incredibile difficoltà di integrarsi all’interno di una società, o meglio di una micro-società, quella della Nichols Academy, geometricamente rinchiusa nei suoi schematici parametri educativi e formativi.

Malgrado le nobili intenzioni di denuncia sociale, dall’emarginazione al multiculturalismo fallito nella provincia americana, la regista statunitense cede frequentemente al bozzettismo, facilitato anche da una trama standard che spesso e volentieri ha un ritmo troppo flemmatico. Inoltre l’enorme quantità di mezze tinte e colori pastello tende a sottolineare il carattere già altamente dolcificato della pellicola, trasmettendo nello spettatore l’amara sensazione di avere a che fare con una commediola esageratamente infantile.

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