Il continente verde. L’Africa: cooperazione, ambiente, sviluppo (2011; editore Bruno Mondadori; pp. 375; € 22,00). Un libro presentato a Roma (libreria Griot, nel cuore di Trastevere). Un saggio dei saggi, come è stato definito durante il dibattito gestito da Ilaria Cresti (ricercatrice impegnata sui temi della gestione delle risorse forestali in Africa subsahariana e dello sviluppo sostenibile), curatrice del volume in collaborazione con Jean-Léonard Touadi (scrittore e giornalista, docente di Geografia economico-politica all’Università di Tor Vergata a Roma, ex assessore del comune capitolino – giunta Veltroni – e oggi parlamentare del Partito democratico, dopo la ‘fuga’ dall’Italia dei valori). Un compendio di tutte le tematiche che riguardano uomini, territorio, ambiente, geopolitica, ecc.

Un’antologia di articoli divisa in quattro parti: 1) importanza dell’ambiente e dei processi di sviluppo locale; 2) cooperazione internazionale; 3) esempi pratici da parte delle istituzioni (statali e locali); 4) l’esperienza della provincia autonoma di Trento, che si distingue in Italia per questo tipo di iniziative. “La forza del libro sono” quindi “le voci diverse”, dice Cresti. Contributi di esperti “che non danno risposte ma aprono una serie di domande”. Un volume che parla dei “cambiamenti ambientali, che hanno prodotto, a loro volta, mutamenti socio economici”, scrive la ricercatrice nel suo articolo. L’occasione è quella di “aprire una cooperazione economica efficiente, chiara (…) con i nuovi attori emergenti a livello globale, come la Cina”. Gia oggi, scrive ancora Cresti, esiste una “massiccia presenza cinese in Africa, diffusa a più livelli, dalle grandi società cinesi di proprietà statale, alle piccole imprese”. Sono comunque, necessari, “piani di sviluppo specifici in relazione al singolo contesto”. Il buono della cooperazione con la Cina sta nel fattore dell’equità, un “tipo di relazione scevro dall’atteggiamento paternalistico occidentale”. Equità che viene percepita dai “paesi africani” come “possibilità di un riscatto economico e politico”.

Libro corposo, zeppo di informazioni, statistiche, nomi di accordi e programmi, ma scorrevole, leggibile, “anche in treno, o nella bolgia di Montecitorio”, dice Touadi, suscitando ilarità nella saletta gremita della libreria. Ma anche un saggio molto serio, prezioso per studenti universitari e, forse soprattutto, per gli attori della cooperazione, che spesso non riflettono abbastanza su cosa sia più utile per lo sviluppo del continente verde. “Rileggendo queste pagine – dice Touadi – mi è venuto un pensiero triste e angosciante. Perché in passato è stata l’Africa stessa”, causa del proprio male, “a partecipare alla vendita di uomini”, quindi “al commercio degli schiavi, inizialmente, magari, per un po’ di polvere da sparo”.

“La cosa più drammatica – afferma ancora lo scrittore originario del Congo belga – è che adesso l’Africa sta vendendo anche la propria terra”. Si parla di sessanta milioni di ettari negli ultimi tre anni. L’attuale tema che riguarda il Continente nero (termine desueto e inappropriato) possiede “anche uno spazio simbolico”, perché “se vendi – continua Touadi – hai venduto il sacrario”. E’ l’Europa a essere stata la grande compratrice dell’Africa, con una perniciosa idea di sviluppo”, che ha causato le grandi devastazioni nell’Ottocento. Nel suo imporre l’occidentalizzazione del mondo, il Vecchio continente è stato l’artefice  del “grande stupro dell’Africa, con la partecipazione”, la complicità degli stessi africani. “Ma oggi si sta chiudendo la parabola degli africani intesi come venditori”.

E’ in atto, insomma, una “rivisitazione dell’idea di sviluppo” inteso alla vecchia maniera. Uno sviluppo sostenibile, quello, che è indispensabile “detronizzare”, una “conditio sine qua non”, unico modo “per ritrovare la strada per un nuovo rapporto uomo-ambiente e uomo-altro uomo”. Oggi deve essere “molto chiara la centralità del territorio e della comunità”, nell’utilizzazione di un modus operandi diverso, in direzione di una “epifania”, rivelatrice “di una nuova cooperazione”, con il riconoscimento della “soggettività, della comunità e del territorio”. Una “riscoperta dei saperi basici – spiega Touadi – che non sono l’archeologia del sapere, ma il punto di partenza di ciò che le persone sperimentano”. Il cooperante, quindi, diventa il “catalizzatore” che non impone, non cambia, bensì “aiuta, non va a salvare”. Se l’Africa riuscirà a completare questo cambiamento, potrebbe diventare “un paradigma”, un esempio, “per l’Europa”.

Jean-Léonard Touadi ha concesso un’intervista in esclusiva al nostro giornale.

Domanda – Da Africa nera a continente verde. Cosa sta cambiando e cosa può ancora cambiare?

RispostaContinente verde perché c’è sempre più la consapevolezza della grande ricchezza geografica, ambientale, climatica che rappresenta l’Africa per tutto il mondo. Chiunque è concorde nel ritenere che dopo la Foresta amazzonica l’Africa – dalla parte della sua dorsale forestale e anche dalla parte della savana – rappresenti il più ricco ecosistema di fauna e di flora di cui l’umanità ancora dispone. Questo impone allo sviluppo economico del continente, scelte per riuscire a sganciarsi dalla stagnazione finanziaria e dalla marginalizzazione rispetto ai grandi flussi di globalizzazione, mantenendo però in equilibrio gli ecosistemi. Le comunità locali non si devono accontentare di uno sviluppo che viene da fuori, ma essere in grado di mettere in campo dei modelli compatibili anche con le loro culture. Un laboratorio di ricerca valido per tutti.

D. – Quali prospettive per un miglioramento medio della vita nell’Africa subsahariana?

R.Le vicende che stanno sconvolgendo l’Africa del Nord e quindi anche l’Europa, attraverso la pressione migratoria, insegnano che non ci potrà essere sviluppo, stabilità dell’Europa, senza tenere conto anche dell’Africa, non solo di quella del nord ma dell’intero continente. Quindi cooperazione internazionale come unico orizzonte delle scelte geo-politiche e geo-economiche. Scelte che vanno in direzione della diminuzione dei fattori di espulsione degli immigrati, fattori che sono soprattutto la povertà e i conflitti. Gli esperti sono convinti che l’Africa possa rappresentare una grande opportunità economica, in termini di esportazioni, partenariato…

D. – Questo riguarda anche l’Africa subsahariana? Non stiamo parlando solo del Nordafrica con i problemi che ha in questo momento.

R.Si continua a guardare l’Africa con gli occhi del Novecento, distinguendo la cosiddetta Afrique blanche dei colonizzatori e l’Africa nera. In realtà le dinamiche economiche e le pressioni migratorie, la cooperazione sud-sud tra il Maghreb e il resto del continente, è tale che ormai economicamente e anche geo-politicamente, l’Africa è da considerarsi un tutt’uno da Tunisi a Città del Capo, dal Cairo fino a Nairobi. Bisogna abituarsi al fatto che il deserto non è più una barriera, ma che esiste una continuità geografica. Sarebbe un errore da parte degli strateghi europei, un domani concentrare l’attenzione sull’Africa del nord, dimenticando tutto il resto. Chiunque abbia viaggiato nei paesi al di sotto del Nordafrica si rende conto che c’è un’osmosi, un travaso di problemi ma anche di possibilità e opportunità.

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