Pochi anni fa i Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), freschi di ingresso nell’Unione Europea, seppero stupire per le loro strabilianti performance economiche. Tuttavia, l’eccessiva finanziarizzazione, che pur aveva assicurato percentuali di crescita del PIL a doppia cifra, esigette il suo tributo durante la crisi del 2008-2009. I tre Paesi ebbero il triste primato di economie maggiormente colpite dalla tempesta finanziaria, con il PIL lettone crollato del 18% nell’annus horribilis della crisi, il 2009. Parallelamente alle criticità economiche, questi Paesi presentano una situazione alquanto delicata dal punto di vista etnico. La nostra analisi prende le mosse dalla Lettonia, terra di mezzo e importante snodo logistico.

Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, molti intellettuali e sociologi avevano profetizzato un rapido dissolversi delle contrapposizioni pluridecennali fra i cittadini della Lettonia etnicamente lettoni da un lato e i cittadini russi dall’altro. Si riteneva che il processo di integrazione nell’Ue, imprescindibile dalle più ampie garanzie verso le minoranze nazionali, avrebbe offerto alle popolazioni lettoni uno stabile percorso di reciproco riconoscimento.

Eppure, a distanza di anni, possiamo semmai osservare una tendenza opposta: la rivalutazione della componente etnica quale issue politica primaria per entrambi i gruppi. Nel breve spazio dell’analisi intenderei focalizzarmi sugli avvenimenti più rilevanti che ci permettano di cogliere questi mutamenti qualitativi nella società e nella politica lettone.

Nel Paese baltico solo poco più della metà della popolazione è etnicamente Lettone. I Russi sono quasi il 30%, e salgono al 37,5% considerando i russofoni. Buona parte di costoro ha il passaporto blu, differente rispetto a quello rosso concesso ai lettoni. Per ottenere quest’ultimo (simile al nostro), è necessario superare un esame di lingua lettone che non tutti i Russi possono (o vogliono) sostenere. Ancora, sul passaporto è possibile indicare la propria nazionalità: krievete (russa) o latviete (lettone). Va da sé che la scelta comporti delle conseguenze; basti pensare al caso di un Russo che debba affrontare un colloquio di lavoro per una azienda diretta da un Lettone, o viceversa. La digressione di cui sopra è utile a comprendere quanto la dicotomia fra i due popoli in Lettonia sia istituzionalizzata. È tuttavia venendo al terreno dello scontro politico, che questa frammentazione emerge in tutta la sua ampiezza.

Recentemente, il movimento Visu Latvijai (Tutto per la Lettonia) si è fatto promotore di una raccolta di firme in vista di un referendum per “lettonizzare” l’istruzione primaria e secondaria pubblica, eliminando la lingua russa dalle scuole dell’obbligo. Il programma politico del partito conservatore-nazionalista prevede tra l’altro l’incremento degli etnicamente Lettoni dal 59% al 75% della popolazione, fornendo supporto finanziario ai non-Lettoni che intendano trasferirsi all’estero e incentivi economici ai numerosissimi Lettoni emigrati che vogliano rientrare in Patria. Va ricordato en passant che il Paese è al 224esimo posto (su 236) al mondo per crescita demografica, in saldo ampiamente negativo. Molti commentatori politici hanno osservato che l’iniziativa di Visu Latvijai è condannata al fallimento, visto che il quorum richiesto è 700.000 voti (su un Paese di 2.250.000 persone). Le vere motivazioni della campagna sono quindi di ordine mediatico; il partito intende raddoppiare i propri consensi alle prossime elezioni (all’ultima tornata del 2010 ha conquistato 6 dei 100 seggi della Saeima, il parlamento), e per ottenere questo risultato intende “cavalcare” alcune tematiche sensibili. Come riportato da una nota rivista lettone, «la lotta non è tanto per la lingua, quanto per il potere».

Anche alcuni movimenti russi stanno sostenendo iniziative di segno opposto per rendere il russo la seconda lingua dello Stato de iure. A Riga le insegne dei negozi, la cartellonistica  e quant’altro sono esclusivamente in lettone, ma per strada è difficile incontrare persone che non stiano conversando fra loro in russo. Non a caso è Russo (per la prima volta dal 1991) il sindaco di Riga, Nil Ushakov. Il suo partito è il Tzentr Soglasnya (centro dell’armonia), che – nonostante si proclami “interetnico” – annovera fra i suoi eletti una schiacciante maggioranza di Russi. È il secondo partito del Paese, nonché il più importante dell’opposizione (29 seggi su 100 alla Saeima). Alcune iniziative del primo cittadino sono state duramente contestate dalla parte lettone della cittadinanza, come la sua decisione di commemorare il Den’ Pobedy (giorno della vittoria sovietica nella II Guerra Mondiale) portando fiori all’enorme monumento che si erge nei pressi del centro storico di Riga. D’altro canto la sua assenza è stata notata alla parata del 16 marzo, il Den’ legionera (Giorno del legionario), che viene celebrato annualmente dai Lettoni inquadrati nella 15esima e 19esima Waffen-Grenadier Division der SS. Costoro sfilano (in direzione del Brīvības piemineklis, il monumento alla Libertà collocato al centro della città) per commemorare la loro lotta insieme ai nazisti contro l’invasore sovietico. Sebbene solo il 6% della popolazione della Lettonia sia fiera delle loro gesta, la parata diviene ogni anno sempre più imponente e partecipata da giovani.

Quanto descritto sinora indica che i sentimenti dei popoli, lungi dall’appiattirsi su astratti ideali di comune benessere, possono ancora canalizzarsi in solide contrapposizioni identitarie. L’Unione Europea non è quel “paradiso terrestre” ove si è alfine superato lo stadio dello Stato-Nazione, presentando semmai ancora molte situazioni critiche sotto questo profilo. E non solo nei Paesi nord-orientali e balcanici. Basti pensare alla recrudescenza del Conflitto nordirlandese.

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2 COMMENTI

  1. Caro Alessandro, ho letto il tuo articolo. Sono contento che hai deciso di scrivere di questa tema e ti racommando di visitare una volta e fare le interviste e lo video dei marches of neo-fascisti lettoni chi supportano e festeggiano and glorify ( scusa per il mio italiano, ma io sono russo) Waffen SS marches. In bocca lupo di raggiungere di piu’ il popolo italiano tramitte media risorse centrali ( al Repubblica, ecc, ) e spiegare come funziona la democrazia nel’UE, i.e. il rasizmo, la disriminazione totale del popolo russo nei Baltici, cresce il neo-nazismo e il radicalizmo e come l’Europa si chiede gli occhi per non vedere questi problemi ma accusare sempre la Santa Madre Russia con i nostri problemi interni come Cecnya, Caucaso, Putin, gas, ecc.

    Ti saluto e auguro tante belle cose

    Denis

    • Caro Denis,

      большое спосибо за ваш комментарий. Я считаю что Русофобия является огромной проблемой, даже в Евросоюзе.

      Come giustamente Tu hai scritto, l’Unione Europea al momento non sembra essere in grado di cogliere l’importanza ed il significato dei nazionalismi che si stanno affermando in diversi Paesi europei (ad esempio Scozia, Irlanda, etc…).

      La situazione nei Paesi baltici è molto particolare. Il rispetto dei Popoli e dei loro diritti ed identità, a mio parere, dovrebbe essere una componente irrinunciabile del processo di integrazione europea. Purtroppo, questo non sempre avviene con risultati ottimali.
      Continueremo a monitorare con passione quest’area geopolitica e i rapporti fra la popolazione russa e baltica, sperando che possano migliorare e stabilizzarsi in una cornice di solido rispetto reciproco.

      a presto
      Alessandro

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