Con l’evolversi della crisi greca, l’attenzione dei media, della comunità internazionale e degli investitori è stata catalizzata dal differenziale di rendimento (spread) tra i titoli di debito (bond) emessi dai Paesi periferici dell’eurozona e quelli tedeschi, utilizzati come riferimento poiché ritenuti risk free. Tale dato assume rilevanza in quanto rappresenta il sentiment, la percezione, del Mercato sul cosiddetto rischio-paese.

In altre parole, lo spread indica il premio che l’investitore richiede per essere disposto ad assumere il rischio di “prestare” i propri capitali ad uno Stato, attraverso l’acquisto di bond.

Guardando al nostro Paese, lo scorso 7 luglio, la forbice dei rendimenti tra i Buoni del Tesoro poliennali (BTp) e l’omologo Bund tedesco, ha fatto registrare il massimo storico dall’entrata in vigore della moneta unica. In quell’occasione lo spread si è assestato sui 224 punti base (2,24%).

Un semplice confronto fra numeri mostra uno scenario poco rassicurante. Negli anni antecedenti la crisi, infatti, i BTp offrivano un rendimento quasi identico al Bund: lo spread valeva circa lo 0,2%. Ciò riflette la valutazione negativa del Mercato nei confronti della qualità del debito italiano o, se vogliamo, la minor fiducia sulla possibilità di restituzione di quanto investito, una volta scaduto il prestito.

Per capire l’importanza dell’indicatore in termini concreti, basta citare il monito lanciato dalla Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia: “Con un debito pubblico come il nostro, 100 punti base di differenza equivalgono a regime a sedici miliardi di euro in più di deficit”.

È quindi fondamentale interrogarsi sulle cause che hanno prodotto la modifica di sentiment piuttosto che cercare un “colpevole” cui addebitare tale avvenimento.

Il clima da caccia alle streghe che circonda le Agenzie di Rating, seppur giustificato dall’emissione di (pre)giudizi “a orologeria”, rischia di offuscare la ragion d’essere di queste istituzioni: la  disclosure (divulgazione) di informazioni sul merito di credito (rating) delle società che chiedono capitali al mercato finanziario. Detto questo, analisti e traders concordano nell’ascrivere l’andamento dello spread a due fenomeni strettamente legati fra loro: l’ipertrofia del debito pubblico del Belpaese da un lato, e la crisi di consensi della maggioranza politica (dentro e fuori dal Parlamento) dall’altro. Gli investitori hanno focalizzando la propria attenzione su alcune incognite che possono intaccare la capacità dell’Italia di abbattere il rapporto debito/PIL (ora al 120%).

Con una crescita che stenta all’1% si è reso necessario un intervento correttivo, una manovra lacrime e sangue da quarantasette miliardi di euro. Un governo debole è veramente in grado di varare tagli alla spesa di questa entità? Il risanamento sarà compromesso da elezioni anticipate?

Il mercato ha bisogno di stabilità interna e interventi strutturali, altrimenti il termometro continuerà a salire.

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