“Hanno aperto una nuova gelateria nel centro di Roma. Io che sono un’appassionata, mi sono subito recata a vedere. Il nome è antico, evoca cioccolato di ottima qualità, origini piemontesi. Negozio bianco asettico pieno di scritte romantiche tipo: le nostre nocciole sono state colte con la luna piena ancora bagnate dalla rugiada: il nostro pistacchio non è verde perché non usiamo coloranti. La vaniglia evoca balli esotici in riva al mare. Dopo aver letto tutta questa letteratura, quando arriva il mio turno, la confusione è sovrana: mi domando quale film mi piace di più, se preferisco Marlon Brando attaccato a una liana oppure la vendetta dei Maya. Con aria idiota punto il dito su una cosa incolore e chiedo : ma che è quella? e la ragazza implacabile dall’altra parte del bancone dice: crema fatta con uova fresche. Io  che da anni mangio solo  crema fatta con uova vecchie, sono spiazzata; non mi resta che sorridere come una scema.

Mi riprendo e punto il dito su un’altra poltiglia dello stesso colore e l’aguzzina  con malcelata crudeltà sentenzia: pistacchio senza coloranti, delle colline di Bronte. Ed io – che tutta la vita ho mangiato il pistacchio verde pistacchio (che ce l’hanno chiamato a fare?) e pensato che Bronte fosse il cognome di due sorelle – sospiro in silenzio. Il tripudio arriva alla prova cioccolato. Preferisce quello con 75 percento di cacao sciolto al sole delle Galapagos o volete un gianduia piemontese macerato centoquindici anni in una botte di rovere? Chiede la kapò. Al colmo della depressione chiedo una coppetta di nocciola e panna. E quando lei comincia a raccontare la giornata tipo della vacca nel prato, al punto in cui il contadino si avvicina con lo sgabellino per mungere il latte che poi diventerà la panna che io mangerò… bèh, a quel punto con le lacrime agli occhi, ho mollato tutto lì e mi sono andata a comprare un sano vecchio nostalgico calippo, che mi ha lasciata tutta la lingua arancione. Dio benedica i conservanti e ci liberi dai gelati sani.”

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