Quel tenente Colombo (Columbo negli Usa) gli rimarrà per sempre appiccicato. Troppa grazia gli ha donato l’omonima e giustamente osannata serie televisiva: quattro premi Emmy (il più rilevante riconoscimento televisivo internazionale) e un Golden Globe. Ma Peter Falk, che ci ha lasciati lo scorso 23 giugno morendo di notte nella sua casa di Beverly Hills all’età di 83 anni (nacque a New York nel 1923), è stato molto di più. Mymovies, il più cliccato sito internet italiano dedicato al mondo del cinema, lo definisce “uno dei più grandi e importanti attori americani conosciuti dal grande pubblico”. La demenza senile e il morbo di Alzheimer – che da tempo ne avevano compromesso la lucidità mentale -, nel fatidico giorno, non hanno certo tenuto conto di questo dato.

Uno dei più grandi. Niente male e niente di cui meravigliarsi. Attore e produttore, nel suo palmares risaltano anche due candidature al premio Oscar come non protagonista (nel 1961 e nel 1962) rispettivamente per Angeli con la pistola e Sindacato assassini. Col suo occhio di vetro, fece capire di che pasta era fatto, proprio aiutato da quello sguardo strabuzzato che in qualsiasi occasione stillava una goccia di ironia e distacco nei suoi personaggi. Così spiccò con onore – a volte con prestazioni strabilianti – in opere filmiche quali Questo pazzo, pazzo, pazzo mondo (1963), Italiani brava gente (1964), La grande corsa (1965), Lo sbarco di Anzio (1968), Una moglie (1974), Quando passi da queste parti e Invito a cena con delitto (1976), Una strana coppia di suoceri (1979), Pollice da scasso e California Dolls (1982), e – nel ruolo di se stesso – Il cielo sopra Berlino (1987). Da segnalare anche la sua ultima, breve apparizione, nel 2007, nel film Next. Si è anche visto alla fine del video musicale di Ghostbusters di Ray Parker Jr.

Figlio di ebrei di origine polacca e russa (in molti invece davano per scontata una sua reale – come nel telefilm – origine italiana), immigrati negli States per sfuggire a fame e nazisti, buttò giù la porta del mondo dello spettacolo cominciando dal teatro. Prima di dare il via alla carriera artistica, Peter Michael Falk aveva lavorato come impiegato dello Stato del Connecticut. Venutagli presto a nausea la ripetitività da ufficio, aveva iniziato a studiare recitazione e poi ‘a spalar carbone’, appunto, su un palcoscenico di Broadway, nella sua città.

Poi il successo televisivo e cinematografico. Divenne celebre  già negli anni Sessanta come attore in alcune serie tv, da Alfred Hitchcock Presenta a Naked City. E pensare che il bulbo oculare posticcio (retaggio di un’operazione chirurgica subita da ragazzino, necessaria per l’asportazione di un tumore) e l’espressione svaporata, potevano essere contrassegni decisivi per condannarlo a fare giusto la comparsa in commediole da quattro soldi. Una semi-leggenda vuole che un magnate dei produttori cinematografici, Harry Cohn, capo della Columbia Pictures, durante un provino gli abbia dato l’umiliante pacca sulla spalla e detto che piuttosto che dare soldi a lui, preferiva metterli in tasca a un attore con due occhi. Invece, alla faccia di Cohn, furono proprio certe caratteristiche fisiche a fare dell’artista newyorkese un’icona per più di una generazione di cinefili.

Detto questo, non si può non aprire la parentesi che contiene la sua arma vincente, la serie tv intitolata, come detto, Colombo. Una lunga sfilza di ‘piccoli gialli’ (diretti talvolta da registi come John Cassavetes – con questi un vero sodalizio – o da un giovane Steven Spielberg e interpretati da ex divi a fine carriera), centinaia di puntate (prima dal 1971 al 1978 – l’episodio di prova era del ‘68 – poi, di nuovo, dal 1989 al 2003) in cui Falk interpretava un tenete della polizia che non prendeva mai in mano una pistola. Spolverino marroncino probabilmente mai stirato, spettinato, in mano toscanello spento e mangiucchiato, taccuino sbrindellato, Colombo – e lo spettatore insieme a lui – individuava i vari colpevoli (per lo più aristocratici e facoltosi californiani) di omicidi, pochi minuti dopo l’inizio di ogni episodio. Per il resto la vicenda era tutto un gioco psicologico di domande, risposte e ancora domande, poste con gentilezza snervante per lo sventurato criminale, che in principio si mostrava spavaldo, per giungere sfibrato e reo confesso al termine della vicenda.

Quell’ispettore italoamericano all’apparenza distratto, era capace di salutare e poi tornare indietro per tre, quattro volte di fila, e a ogni dietrofront metteva il colpevole nelle condizioni di contraddirsi o di svelare, senza volerlo, qualche indizio decisivo per la soluzione del mistero. In questa sua opera di ricucitura di bieche trame, Colombo diceva a tutti di essere aiutato dalla moglie, personaggio di cui egli parlava in continuazione ma che non si è visto in nessun episodio.

In Italia Colombo esordì il 16 novembre 1974 su Telecapodistria e solo il 6 luglio del ’77 su Rai2, prima di diventare un must dei palinsesti di Rete4 con innumerevoli repliche di cui oggi si può godere sulla tv satellitare. A doppiare il tenente fu Giampiero Albertini e, dopo la sua morte, dalla nona stagione, Antonio Guidi. Con un’unica eccezione: nell’episodio pilota, Riscatto per un uomo morto, dare voce italiana a Falk fu opera di Ferruccio Amendola.

Un paio d’anni fa – la malattia in stato avanzato – era stato visto girare per New York in stato confusionale. Falk aveva avuto due lunghi matrimoni. Negli anni ’60 con Alycia Mayo, conosciuta quando erano entrambi studenti alla Syracuse University. La coppia aveva adottato due figli, Catherine e Jackie, e divorziato dopo sedici anni di unione. L’anno dopo, nel ’77, l’attore aveva sposato la collega Shera Danese, che è apparsa in sei episodi della serie televisiva di Colombo. Nel 2009, un giudice ha stabilito la conservazione dei suoi beni dopo la battaglia legale tra la figlia Catherine e la moglie (per oltre trent’anni), Shera Falk.

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