Il referendum abrogativo della legge elettorale è una realtà.

Lunedì alla Camera dei Deputati era presente una delegazione del comitato promotore del referendum che in conferenza stampa ha presentato l’iniziativa, a cui ha partecipato il Presidente del Consiglio Nazionale del PLI Sen. Enzo Palumbo, in rappresentanza del partito.

A sostegno del referendum si sono, per ora, schierati oltre al PLI, Sel, Idv e parte del Pd che nella prossima riunione di Direzione prenderà posizione.

I quesiti referendari si fondano sulla tesi della reviviscenza della Legge Mattarella, come conseguenza dell’abrogazione della Legge Calderoli; si potrà così consentire ai cittadini di scegliere i propri parlamentari, ricomponendo il legame tra rappresentato e rappresentante interrotto dal porcellum, che affida la scelta dei parlamentari ai segretari di partito.

Nei prossimi giorni, dopo il vaglio preliminare della Corte di Cassazione, saranno disponibili i moduli per la raccolta delle 500.000 firme necessarie.

Sarà così possibile avviare una nuova battaglia per rivitalizzare la democrazia italiana, ed i liberali, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, certo non faranno mancare il loro impegno.

3 COMMENTI

  1. complimenti particolari ad Enzo Palumbo, al PLI, a tutti i Partiti, alle comunità intermedie e a tutti i cittadini che sostengono questa iniziativa diretta ad abrogare la legge elettorale definita “una porcata” da chi la propose e la fece approvare!

  2. Diciamoci la verità: l’Italia è la terra delle incompiute, del vorrei ma non posso.
    Ha ragione un mio amico scrittore-giornalista, nel definire questa nostra patria irrecuperabile a causa della sua cultura bizantina, barocca e levantina, che al contrario delle nazioni a cultura calvinista-protestante, non riesce mai a fare il passo che andrebbe fatto, incapace com’è di avventurarsi nel compierlo perché nell’analisi dei costi e benefici che il passo stesso comporta, pur di non assumersi la responsabilità dei costi, lascia il popolo italiano privo dei suoi benefici.
    Questa breve premessa era dovuta, per chiarire il contesto in cui intendo inserire l’analisi del tema che vorrei affrontare in queste mie righe.
    Nei giorni scorsi, sulle pagine di questo giornale, è stato ottimamente analizzato dal Sen. Palumbo un tema emblematico della mia premessa: la legge elettorale.
    In merito il Sen. Palumbo, dall’alto della sua innegabile esperienza e cultura giuridica, ha ottimamente analizzato i quesiti referendari lanciati dal Comitato promotore per l’abrogazione dell’attuale legge elettorale, il c.d. “porcellum”, evidenziandone, per così dire, vizi e virtù.
    Senza voler entrare nel merito dell’argomento, mi vorrei soffermare e portare in evidenza, un altro aspetto in merito all’argomento delle leggi elettorali, che via via si sono succedute in questo ultimo ventennio.
    Sembra strano che debba essere il popolo italiano a pronunziarsi su un argomento, per molti aspetti anche pieno di tecnicismi giuridici, che in fondo è solo uno “strumento” attraverso il quale si applica la rappresentanza democratica, importante certamente, ma sempre strumento rimane e già mai dovrebbe divenire “mezzo”.
    Le varie leggi elettorali che si sono succedute in questi ultimi anni di Repubblica Italiana, sono state utilizzate come “mezzo” per cercare di ridisegnare il quadro istituzionale italiano, approfittando anche, a mio avviso di una erronea valutazione dei padri costituendi, fiduciosi forse della responsabilità della classe politica italiana, che non inserirono all’interno della Carta Costituzionale la legge elettorale, lasciandola invece in balia della Legge Ordinaria, facendola divenire così lo “strumento” per bassi calcoli di convenienza politica e di ritorsione nei confronti dell’avversario politico, facilitando il gioco per chi si è impadronito artatamente del governo della cosa pubblica, compiendo altresì degli scempi giuridici in sfregio ai dettati della Costituzione Italiana.
    Cioè, invece di affrontare con coraggio e spirito rinnovativo ed innovativo, le riforme costituzionali di tutta l’architettura democratico-istituzionale dello Stato Italiano, si è preferito, per pavidità nel compiere il fatidico passo in avanti e/o per piccola logica di bottega partitica, utilizzare lo strumento anziché il mezzo.
    In verità con l’elezione dei Sindaci, dei Presidenti di Province e Regioni, si è cercato di compiere questa “rivoluzione” istituzionale, riuscendoci solo parzialmente a mio avviso, nel dare “governabilità” a chi viene delegato dal popolo, unico sovrano assoluto come Costituzione docet, al governo della cosa pubblica locale, separandola in maniera netta e chiara dalla “rappresentatività”, ancorchè limitata dalle soglie di sbarramento, di quello stesso popolo elettore.
    Lo stesso passo andava compiuto anche a livello di governo centrale, ma come ho detto prima, per paura e/o per bassi interessi di bottega politica, si decise alla fine della c.d. prima repubblica, di lasciare incompiuta la ristrutturazione dell’intero impianto istituzionale, al pari della tristemente e famosa per noi abitanti del sud, Salerno – Reggio Calabria, potenzialmente grande “mezzo” di unificazione tra Nord e Sud, ma nei fatti grande “strumento” di ulteriore differenziazione di trattamento tra Nord e Sud.
    E’ innegabile che così com’era concepita nella Costituzione, la “rappresentatività” aveva molto più potere, quello legislativo, rispetto alla “governabilità”, che invece possedeva solo quello esecutivo, essendo il secondo in completa balìa del primo. Così per paura di fare il passo pieno verso una rivoluzione costituzionale, che i tempi e gli avvenimenti rendevano ormai improcrastinabile, attraverso le forzature delle leggi elettorali, si è assistito passivamente ed in totale mancanza dei dovuti cheque and balance, ad uno spostamento di poteri da quello rappresentativo a quello governativo, arrivando oggi al punto che il parlamento è totalmente svuotato dei suoi poteri, ridotto com’è a mero “nominatificio”, a favore del governo, che invece imperversa con leggi ad personam.
    L’unica strada pertanto, stante oggi l’attuale scenario da curve da stadio che pervade il quadro politico italiano e che il falso bipolarismo ha prepotentemente fomentato, è quella stessa che la Carta Costituzionale detta: una Assemblea Costituente.
    L’Assemblea, scevra dai condizionamenti del quotidiano governare, dalle beghe di contrapposizioni partitiche aprioristiche, ritengo sia l’unico ed il solo strumento rimasto a questa classe politica, se ancora all’interno di essa alligna un barlume di dignità e di responsabilità, per “rifondare” questo nostro paese.
    Quindi, anche se condivido l’innegabile pungolo che, un referendum abrogativo sull’attuale “porcellum”, rappresenterebbe per la classe politica da parte del popolo italiano, non lo reputo risolutivo per compiere e stimolare chi ci rappresenta e governa, per ridisegnare tutta l’architettura istituzionale (parlamento, giustizia, economia, stato sociale, ecc.) dello Stato Italiano.

  3. Condivido la riflessione di Stella, ma ho sinceramente scarsa fiducia sul fatto che chi attualmente siede sugli scranni del parlamento e si autoproclama rappresentante dei cittadini non abbia alcun interesse a cambiare le cose in merito. La reviviscenza della legge Mattarella potrebbe essere un passo iniziale, che viene dalle persone, verso l’opportunità di avere una nuova generazione di rappresentanti, i quali, più freschi di mente e coraggiosi degli attuali, potrebbero veramente fare il grande passo di una costituente e delle riforme di cui drammaticamente l’Italia ha fame.

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