Un oggetto simbolico ha il potere di evocare determinate e precise immagini solo se il suo significato sotteso sia chiaro all’osservatore. Nei giorni che vanno dal 24 aprile al 12 maggio, in tutta la Russia (e non solo) compaiono ogni anno nastrini arancio-neri nei luoghi più disparati. Attaccati alle antenne delle scalcinate Zhiguli o delle fiammanti Mercedes con i vetri oscurati, appuntati su maglie o legati vezzosamente alle borsette delle ragazze à la page. Ad un distratto osservatore straniero potrebbero forse sfuggire, ma chi ne comprende il rimando sa che si tratta della Georgievskaya lentochka, il nastrino di San Giorgio esposto in onore della vittoria nella II Guerra Mondiale (per i russi, Grande Guerra Patriottica) e come tributo ai veterani.

Tale commemorazione non ha radici profonde e non è stata nemmeno concimata dalla retorica d’antan e un po’ melensa caratteristica dell’ultimo periodo dell’URSS. La sua genesi fa semmai riflettere su come, negli ultimi anni, le popolazioni russe abbiano valorizzato il proprio senso di appartenenza, anche tramite il riappropriarsi di quegli eventi storici significativi nella definizione e nella formazione dell’identità russa.

L’iniziativa è nata solo nel 2005, sessantesimo anniversario della vittoria, da una obshestvennaya aktziya (azione pubblica) patrocinata dall’importante agenzia di stampa RIA Novosti e da una comunità studentesca. Il successo superò ogni aspettativa: file interminabili di cittadini in coda per ottenere il nastrino, diffuso gratuitamente e finanziato da donazioni di istituzioni pubbliche e aziende private. Cifra dell’evento è stata da subito il carattere volontaristico assicuratole dagli organizzatori, giacché l’iniziativa non doveva avere – da regolamento – alcuno scopo di lucro. Sono stati tassativamente vietati usi commerciali del nastrino e pubblicità ad esso correlate, se non quella del sito ufficiale dell’iniziativa: 9may.ru.

Dai 30.000 nastrini distribuiti nel 2005 si è arrivati agli oltre 50 milioni dei nostri giorni, tra cui quelli in bella mostra sui baveri delle giacche di Putin e Medvedev in occasione della parata militare annuale. A partire dal 2008 il nastrino è stato distribuito in oltre 30 Stati, tra cui alcuni ove le comunità russe non possono contare su rapporti idilliaci con la popolazione locale, come i Paesi baltici. Sono proprio gli avvenimenti accaduti nell’ultimo triennio a meritare un’attenta analisi

Nel 2009, i Nācionalisti lettoni hanno lanciato una campagna denominata “caccia alla quinta colonna”, volta a fotografare e catalogare tutte le vetture che avessero esposto il nastrino. Proprio in Lettonia questa ricorrenza è particolarmente sentita dalla popolazione russa, specie dalle fasce più giovani della popolazione. Appena pochi giorni fa, un diffuso giornale lettone si interrogava a tutta pagina: «Perché i nostri studenti portano il nastrino di San Giorgio?». Abbiamo già visto quanto malumore abbia provocato la decisione del sindaco di Riga di partecipare alla ricorrenza del Den’ Pobedy (giorno della vittoria), durante il quale migliaia di lettoni etnicamente russi sfoggiano il loro nastrino portando fiori al Monumento della Vittoria.

In Estonia, nell’aprile 2009, i media russofoni hanno ricevuto dall’autorità delle comunicazioni il divieto di menzionare l’iniziativa che si andava preparando per il mese venturo. Durante l’ultima ricorrenza del maggio 2011, in Ucraina, nazionalisti di estrema destra hanno attaccato il corteo dei veterani e dei loro sostenitori, impedendone l’ingresso nel cimitero per commemorare i Caduti della Grande Guerra Patriottica.

Gli episodi riportati, che rappresentano solo un campione delle frizioni che annualmente si vengono a creare fra le popolazioni della “diaspora” russa e i cittadini degli Stati est-europei, rappresentano un indice qualitativamente importante della lealtà e dell’attaccamento alla madrepatria provato dai Russi all’estero. Si potrebbe tracciare un parallelo con le comunità cinesi sparse per il mondo, che venivano tacciate di “tradimento” dal Partito Comunista Cinese pochi anni addietro, salvo esser poi rivalutate dal governo alla stregua di preziose “avanguardie” utili alle necessità geopolitiche del Celeste Impero. I Russi oltreconfine, il cui comune sentire viene corroborato da diverse manifestazioni simboliche di appartenenza, potrebbero divenire l’agente tramite cui la Russia riuscirà a ravvivare la sua influenza in fondamentali bacini geopolitici, dopo un ventennio in affanno e senza la necessità di imporre la propria autorevolezza – come succedeva in passato – manu militari.

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