Che le materie prime siano considerate asset finanziari è un fatto noto da tempo.

Le manovre speculative che ciclicamente gonfiano i prezzi dei beni alimentari e del petrolio sembrano essere un male inestinguibile, dal punto di vista degli acquirenti finali, ma se da un lato l’aumento del costo del petrolio sui mercati internazionali è una conseguenza naturale e persino desiderata della ripresa economica, dall’altro è dovere dei singoli paesi far in modo che questo aumento non si abbatta interamente sulla popolazione.

Questo invece non sta accadendo, anzi.

Se si confrontano i costi della benzina e del gasolio in euro per mille litri, si scopre che a fronte di un prezzo industriale odierno più basso rispetto al picco del 2008, il prezzo al distributore è invece più alto.

Per essere più precisi, a luglio 2008 (dati del Ministero dello Sviluppo Economico) il prezzo industriale per litro di benzina era di 0,705 euro per un costo finale di 1.522 euro/litro, mentre a giugno 2011 (ultimi dati ufficiali disponibili) a fronte di un prezzo industriale di 0,703 il prezzo finale medio per litro risulta aumentato a 1,529 (e sarà interessante, appena possibile, vedere se nell’ultimo mese il divario si sia ulteriormente allargato, dati i prezzi odierni al distributore di oltre 1,6 euro/litro).

Ad incidere sono due fattori molto importanti: il tasso di cambio e le accise. Il tasso di cambio influisce perchè  tutti gli scambi del settore petrolifero vengono fatti in dollari, per cui all’indebolirsi dell’euro aumenta il costo d’acquisto del bene, mentre le accise incidono direttamente sul prezzo finale per un valore pari al 55,1%, secondo i dati più recenti.

Mentre sui quotidiani monta una forte polemica proprio su quest’ultimo fattore, le accise, sembra giusto ricordare che la media europea si attesta al 58, 3%, con picchi del 62,5% (Regno Unito), come sottolineato da una recente analisi della Cgia di Mestre. La questione quindi non deve essere incentrata sulla quantità della tassazione, che per quanto percepita come altissima dal consumatore rimane in linea coi trend europei, quanto piuttosto sulla qualità. Ovvero, per cosa stiamo pagando?

Fa sorridere ma soprattutto piangere vedere esattamente cosa stiamo finanziando ogni volta che facciamo rifornimento di carburante: a partire dagli aumenti più recenti, discutibili ma comprensibili, ovvero quello di 0,04 euro per far fronte all’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica, e quello di 0,007 euro per il finanziamento della cultura (sempre nel 2011), si risale ai 0,005 euro per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005 e 0,02 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004, ai 0,04 euro per il terremoto dell’Irpinia del 1980, ai 0,05 per il terremoto in Friuli nel 1976 fino ad arrivare ai 0,005 per il disastro del Vajont (1963) e all’incredibile voce spesa di 0,001 euro per la guerra in Abissinia del 1935.

E’ chiaro che quelli che si supponevano essere aumenti temporanei dovuti a particolari crisi o emergenze si sono poi consolidati come voci di spesa fisse, non più ricollegabili ad alcun utilizzo specifico del maggiore introito; questa politica smemorata, indubbiamente bipartisan, non può che minare la credibilità delle richieste erariali annuali.

Uno Stato moderno e liberale ha l’obbligo, morale e politico, di giustificare ogni prelievo economico dai contribuenti con una motivazione di spesa valida, utile ed efficiente per il bene collettivo.

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