Il sito boxunblog.com, curato da dissidenti cinesi in esilio, aveva lanciato un appello a manifestare il 20 febbraio perché la Cina aveva bisogno di una “rivoluzione dei gelsomini”. Le parole che circolavano maggiormente in quei giorni erano diritto alla casa, al lavoro, a cibo non contaminato, a un sistema politico equo. Il 20 febbraio, alle 14.00, in alcuni luoghi simbolo delle maggiori città, un numero non precisato di cinesi ha manifestato in modo molto originale, mescolandosi alla folla, senza cartelli, senza slogans, senza megafoni, tanto da lasciare spiazzate le forze di sicurezza perché, in realtà, a un occhio poco attento e ai non frequentatori di siti internet, sembrava non succedere nulla. Ma allora perché sono state arrestate decine di persone? Perchè il giorno dopo il sito internet Linkedln maggiormente frequentato ( 400 milioni di utenti ) era stato oscurato? E così Twitter e Facebook? Per parecchi giorni le parole “gelsomino” , “Egitto”, “Tunisia”, “democrazia” risultavano inesistenti anche su Sina (il Twitter cinese). E’ chiaro che le autorità  non volevano in alcun modo che il vento di rivolta soffiasse sulla Cina. Ad oggi però, nonostante gli sforzi del regime,  in rete si continua ad invitare a manifestare ad oltranza, con le stesse modalità, negli stessi luoghi, tutte le domeniche alle due. Cosa succede veramente?

Malgrado la grande crescita economica, la Cina non è al riparo dalle contestazioni, perché il malcontento è alimentato dalla corruzione, la disperazione dei giovani laureati impossibilitati a trovare un lavoro produttivo e l’assenza di libertà politiche. I blog parlano di “tribù di formiche”  di nuovi laureati che vivrebbero in seminterrati angusti delle grandi città, inutilmente in cerca di lavoro. Esiste inoltre il problema dei migranti delle campagne, poco istruiti, che vengono per questo relegati a lavori di terza, quarta, quinta classe. Infine la Cina deve affrontare il problema della corruzione. Le relazioni personali, “guanxi”, sono l’unico modo per fare carriera. I migranti giunti dalle campagne e i laureati in università di secondo livello non hanno accesso a queste connessioni. Se i figli dei funzionari di governo continueranno a “fare meglio” di loro, il malcontento schizzerà alle stelle.  Se i dirigenti cinesi non raccolgono in fretta queste lamentele, potrebbero trovarsi davanti a una rivolta di piazza molto più importante e determinata delle manifestazioni di Tienanmen. Forse però, il vento di rivolta veramente non riuscirà ad arrivare in Cina,  almeno non dall’esterno. Come potrebbe allora avvenire una trasformazione secondo “caratteristiche cinesi”? Un mutamento mediato dai social network? E’ curioso vedere che il Twitter fatto in casa ( Sina ), anche se scomodo, svolge anche una funzione utile, perché è un collegamento tra i funzionari e le pulsioni che sorgono dal basso. Per esempio, il blog di un deputato all’assemblea del popolo e presidente di un’azienda di prodotti elettronici, ha scatenato circa 7000 commenti in poche ore. Chiedeva consigli e proposte da trasmettere al Congresso nazionale del popolo, la maggior parte dei post suggeriva riforme in ambiti molto materiali: casa, istruzione, fisco e sistema sanitario… Così, se da un lato circolano notizie che non piacciono, dall’altro si raccolgono dati che potrebbero essere utilizzati in modo intelligente ed innescare una trasformazione. Attenzione però, anche qui si “raccolgono” solo quei dati che non provocano “disordine” (parola poco amata dalla dirigenza cinese), che non minano le basi dell’ormai quasi centenario sistema comunista cinese. I cinesi non sono riconoscenti al Partito, vorrebbero sbarazzarsene, ma nessuno sa come rimpiazzarlo perché non hanno memoria di “altro”. Prevarranno la libertà delle idee come amava Toqueville, o il determinismo economico di Marx, che porterà a una nuova lotta di classe tra il Partito, la classe media delle città relativamente agiata e i poveri delle campagne ? Il futuro della Cina è veramente imprevedibile perché i regimi autoritari si addolciscono poco, o resistono o crollano.

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