Se va tutto bene, la manovra finanziaria appena varata assicurerà il pareggio del bilancio nel 2014, obiettivo di grande importanza. Alcune misure sono largamente condivisibili, e le forze politiche hanno dato un lodevole esempio di reazione tempestiva a un attacco speculativo dalle conseguenze potenzialmente drammatiche. E tuttavia è una manovra sbagliata e iniqua.

È sbagliata perché è contro la crescita. Insiste con la vecchia ricetta delle maggiori entrate, e non mette mano al vero problema dell’economia italiana: la continua espansione della spesa pubblica corrente. Al 2014 la manovra avrà determinato maggiori entrate pubbliche per 120 miliardi, solo 70 dei quali serviranno ad azzerare il deficit, mentre 50 avranno finanziato una maggiore spesa pubblica corrente (che crescerà di 58 miliardi, “mangiandosi” anche 8 miliardi dagli investimenti). Non riduce gli ostacoli alla crescita; e le famose liberalizzazioni, già cavallo di battaglia delle elezioni 2008 (ricordate la “rivoluzione liberale” di Berlusconi, emulo di Gobetti?) vengono sacrificate ancora una volta, per ragioni di bottega elettorale, al mantenimento di rendite corporative.

È iniqua perché presenta il conto, per lo più, a chi ha “già dato”, cioè famiglie e contribuenti: introduce di fatto un’imposta patrimoniale attraverso la tassazione dei depositi di titoli (circa 8 miliardi) e soprattutto aumenta le tasse (oltre 20 miliardi) con l’eliminazione entro il 2013 delle agevolazioni e detrazioni fiscali esistenti. Le quali sono sì una gravosa complicazione del nostro sistema fiscale, ma premiano comportamenti o situazioni ritenuti meritevoli, come il mantenimento e l’istruzione dei figli, l’acquisto o la ristrutturazioni di un’abitazione, e così via.

Dulcis in fundo, viene ampliata a dismisura la platea dei bingo, derivati del lotto e giochi d’azzardo vari. Lo stato biscazziere, dopo aver promosso sulle reti televisive un modello di successo basato sulla fortuna, la furbizia, la raccomandazione, va a grattare gli ultimi risparmi delle persone economicamente più deboli e psicologicamente più sprovvedute, incurante di alimentare la spirale delle ludopatie, con il loro corredo di drammi familiari, ricorso all’usura, criminalità organizzata.

Invece, dopo settimane di proclami-stampa, restano quasi intatti i famosi costi della politica. Quelli diretti (finanziamento ai partiti e dintorni) e quelli indiretti di un’amministrazione ridondante e pervasiva che blocca l’economia anziché aiutarla. Altro che abolizione delle province (di cui comunque non c’è traccia).

E se per la moralità della politica sarebbe importante allineare le retribuzioni dei politici alle medie europee, e magari parametrarle ai risultati, regolarne le pensioni con il sistema contributivo in modo che siano autofinanziate, ridurre il numero abnorme di persone che in “vivono di politica” (spesso perché non sanno fare altro); per l’economia sarebbe ancora più importante realizzare le liberalizzazioni e privatizzazioni promesse. Le grandi aziende che non hanno motivo di essere pubbliche (come Eni, Enel, Trenitalia, Rai), il patrimonio edilizio disponibile (non certo il Colosseo o la Fontana di Trevi), le mille costose società comunali piene di amministratori lottizzati, la massa di risparmi “cristallizzati” nelle fondazioni bancarie: tutto questo vale fra i 650 e i 700 miliardi di euro. Il debito pubblico italiano si ridurrebbe di oltre un terzo, ben sotto l’80% del PIL e non lontano dal parametro europeo del 60% (oggi è al 120%). Si ridurrebbe di molti miliardi all’anno la spesa per interessi, permettendo di alleggerire le tasse. E si estirperebbe alla radice il sottobosco in cui si annidano i loschi intrecci fra politica ed economia, i vari Bisignani con le loro P4, 5, 6 e quant’altre ancora ne scopriremo, e quante non scopriremo mai. Il sottobosco dei faccendieri, intrallazzieri, mediatori d’affari con il loro corredo di servi, ruffiani e troie di regime: tutti a casa, finalmente ridotto il fardello delle scelte “pubbliche” fatte con i denari privati. E rimettiamo il pubblico, dimagrito, nelle mani dei tanti preparatissimi pubblici funzionari e servitori dello Stato, guidati finalmente da politici nuovi, competenti e onesti, scelti fra i cittadini e dai cittadini, non dai capipartito.

Dunque: bene il rigore, male la competitività (quindi la crescita), malissimo l’equità sociale e la politica. Purtroppo in economia “tout se tient”. Il controllo è nulla senza la potenza: la bassa crescita metterà a rischio il pareggio, l’iniquità sociale renderà instabile la politica e questo scatenerà gli speculatori… “It’s the economy, stupid!”.