Parigi – È un Mirò poco conosciuto quello in mostra al Musée Maillol di Parigi, che ha scelto di proporre in quest’estate 2011 un’estesa collezione di sculture, ceramiche e opere in carta del catalan, molte delle quali provenienti dalla Fondazione Aimé e Marguerite Meight, situata nel piccolo comune di Saint-Paul-de-Vence.

Aspettando il trasferimento nella più ampia sede del Grand Palais, il giovane, ma non per questo meno interessante museo parigino espone così il Mirò sculpteur degli anni quaranta e cinquanta, quando, in seguito alla morte della madre avvenuta nel 1945, decise di avviare una stretta e assidua collaborazione con l’artista e amico fin dai tempi dell’adolescenza Josep Llorens i Artigas per la produzione di ceramiche.

Intraprendendo una serie di ricerche sulla composizione dei materiali che utilizzava e lavorando in particolare sulle diverse patine, l’artista catalano trasferì le inquietudini sociali e politiche delle sue opere pittoriche in una tridimensionalità originale, che si avvicinava negli intenti alle coeve litografie, di cui perfezionerò la tecnica nel 1947, quando, per otto mesi, si trasferì a New York per lavorare all’atelier 17 di Stanley William Hayter.

Lungo i corridoi del Musée Maillol, non abbiamo certo a che fare col Mirò degli anni trenta, quello giovane, sognatore e violentemente anticonvenzionale del periodo surrealista, che si scagliava contro il Cubismo diventato secondo lui pittura “di maniera” e contro ogni sorta di accademismo, bensì col Mirò creatore di vasi e piatti, dalle forme e dalle curve tradizionali, pressoché primitive. e con la sua tarda produzione plastica, perlopiù composta da bronzi fusi in pochissimi esemplari, che attraggono per l’inesauribile, seppur spesso sofferta ricerca d’amore e libertà. Una ricerca, anche, e soprattutto nelle cose, di una presenza viva, umana, per esprimere il prodigio della mitologia che è nella natura che ci circonda.

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