I media e gli opinionisti occidentali mostrano sovente una percezione della Russia inversamente correlata al suo standing internazionale. Nei momenti di debolezza e frazionamento, quali la fase traumatica dello smembramento post-sovietico, essa era apprezzata quale nazione amica e benevola, decisamente proiettata verso forme di governo democratiche e pluralistiche. Viceversa, in tempi di espansione geopolitica, è stata tacciata di esser una potenza ostile, ancorata a logiche di potenza ottocentesche e sprezzante nei riguardi dell’ordine globale.

Tale dicotomia nell’analisi impedisce di cogliere gli aspetti che fungono da trait d’union nell’azione dei personaggi di volta in volta chiamati a guidare il Paese. Quel complesso di atteggiamenti e decisioni che da alcuni sono stati ricollocati nell’ambito della vocazione imperiale, attengono alla storia russa e sono inscindibili dal mito della Terza Roma (Mosca, che ha raccolto il testimone di Roma e Bisanzio). La Russia si dimostra irriducibile a parametri di giudizio tarati secondo nostri criteri di valore. E il preconcetto russofobo, che condiziona ad intermittenza le relazioni occidentali col gigante eurasiatico, è spesso alimentato dalla talassocrazia d’oltreoceano (gli USA) in quel perpetuo scontro – non sempre sotterraneo –  fra imperi di terra ed imperi di mare.

Alla luce di queste brevi osservazioni, possiamo inquadrare il dualismo Putin – Medvedev in un contesto più ampio, che sia in grado di ridimensionare il conflitto riconducendolo ad un gioco dialettico coscientemente pianificato e intrapreso, volto al perseguimento di fini condivisi e attinenti alla grandeur della Federazione. Compiamo un passo indietro.

Dopo lo sgretolamento dell’Unione Sovietica e il marasma della presidenza El’cin, Putin ha dovuto fronteggiare insidie estremamente rilevanti in diversi ambiti. Innanzitutto, la vulnerabilità geografica di un territorio pianeggiante non protetto da barriere naturali (la Russia ha storicamente cercato l’espansione terrestre verso l’est-Europa proprio per mettere quanta più “distanza di sicurezza” possibile fra i suoi Paesi confinanti e Mosca). Poi, la moltitudine di gruppi etnici insediati nel territorio della Federazione, non sempre fedeli e leali allo Stato. Infine, la debolezza infrastrutturale ed industriale (fatta eccezione per il campo energetico).

Per fronteggiare queste sfide, Putin ha intrapreso l’unico percorso possibile: restaurazione del potere dello Stato in ambito socio-economico (anche tramite la ri-nazionalizzazione di società svendute nei primi anni ’90), combinata alla riaffermazione del ruolo guida della Federazione nella regione e alla predisposizione di un clima accogliente verso gli investimenti esteri (necessari per modernizzare un’economia pressoché ferma sull’industria estrattiva ed energetica).

L’11 settembre ha dato a Putin la possibilità di approfittare della “distrazione” statunitense per spingere a fondo il proprio programma politico-economico, sotto l’ombrello del “pieno sostegno” agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo islamico (strumentale agli interessi russi in Cecenia). Quando gli USA hanno colto la portata della manovra del presidente russo, le contromosse intraprese (quali le “rivoluzioni colorate” che hanno scosso l’est-Europa) si sono rivelate inefficaci.

L’innesto di Medvedev, che a differenza di Putin non proviene dal KGB, non ha mutato equilibri e prospettive di lungo termine della politica federale. Sotto la sua presidenza è stata lanciata la guerra in Georgia ed è stato minacciato il dispiegamento di missili balistici nell’exclave di Kaliningrad. Obiettivi quindi non diversi da quelli della precedente presidenza, con in primis la sicurezza nazionale. Una volta archiviate queste priorità tramite il rafforzamento geostrategico della Federazione, la valorizzazione delle comunità “della diaspora” e dell’idea stessa di Patria, si è passati al terreno dell’economia. Perciò, il recente piano di modernizzazioni e privatizzazioni lanciato da Mosca, in cui si inserisce anche la creazione del Centro dell’Innovazione di Skolkovo (sorta di incubatore di imprese hi-tech partecipato da aziende rilevanti a livello globale), ha bisogno di una doppia cornice istituzionale che ne garantisca la sostenibilità. Da un lato, va mantenuta un’atmosfera ricettiva verso gli investimenti esteri e le imprese straniere. Dall’altro, il Cremino non può allentare le briglie per non rischiare di perdere il controllo sulla Federazione. Ecco spiegata l’esistenza del tandem Putin-Medvedev, che delle regole del gioco democratico (inteso in senso occidentale) segue la forma, non la sostanza.

Ulteriore mossa architettata per ammantare di democrazia di stampo occidentale il regime politico russo è la volontà di estendere ad altri partiti la rappresentanza nella Duma, ad oggi appannaggio di Edinaya Rossiya (Russia Unita, il partito di Putin), KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa, al cui sviluppo ha contribuito il filosofo Aleksandr Dugin, seguace dell’eurasiatismo), LDPR (Partito Liberal-Democratico di Russia), Spravedlivaya Rossiya (Russia Giusta).

Quindi, nel valutare la drôle de guerre fra Putin e Medvedev, rimane di fondamentale importanza inquadrare nella corretta prospettiva la “strana coppia”. E la lente di analisi, come visto, non può che scaturire dal retaggio politico-culturale russo, dalle finalità storicamente perseguite dai governanti, dalla rilevanza del pensiero politico ortodosso.

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