[di P.M. e J.R.]

Il 7 Aprile si è tenuto al Centro Studi Americani di Roma, un Seminario sulla crisi in Libia e la partecipazione dell’Italia. Hanno discusso dell’argomento Lucio Caracciolo, Lucia Annunziata, Alfredo Mantica e Sergio Vento. La tavola rotonda è stata condotta dal Senatore Giuliano Amato e da Karim Mezran.

La crisi in Libia ha messo in evidenza da subito l’opaco contesto in cui la risoluzione 1973 è stata approvata, le non poche ambiguità emerse nella gestione delle relazioni con la Libia, le frizioni all’interno del contesto europeo, le incertezze degli Stati Uniti e le mai risolte conflittualità all’interno del mondo arabo.

Mezran ha introdotto l’argomento mostrandolo in due diverse ottiche. La prima vede nascere le rivolte (e non rivoluzioni che hanno motivi più profondi) da moti spontanei, come in Tunisia ed Egitto. La seconda, e più intrigante, vede la preparazione a monte di un colpo di stato da parte di dignitari di diverse tribù che avevano intenzione di far fuori Gheddafi. I fatti di Bengazi hanno fatto scattare troppo presto il piano che ha portato alla situazione di caos di questi giorni avendo trovato i ribelli impreparati. In più sembra che i media, Al Jazeera soprattutto, abbiano portato avanti una campagna di disinformazione tale da creare, volutamente, ancora più confusione. Da qui in poi la storia la conosciamo, Sarkozy e l’intervento umanitario, la risoluzione 1973, l’intervento degli USA che non resistono alla guerra, la no-fly zone, i bombardamenti di civili fino ad arrivare allo stallo più totale. E ora? Il Direttore del Centro Studi Americani vede due soluzioni possibili, una Libia divisa in due o un attacco da terra della coalizione. La parola poi è passata a Lucia Annunziata la quale ha subito messo in chiaro di non credere all’ipotesi del golpe. La rivolta è nata, dice la giornalista, per voglia di libertà ora però che la situazione è quasi indecifrabile, è necessario chiedersi se questa è una guerra che vale la pena combattere. L’incertezza è presente sia tra i “rivoltosi” che ormai sono allo sbaraglio, sia dalla parte degli alleati. Negli USA infatti si respira aria di divisione, i clintoniani, che hanno lasciato un pezzo di cuore e di reputazione in Africa ( Rwanda, Somalia… ) hanno spinto per l’intervento, mentre CIA e l’esercito erano contrari, consapevoli del bacino di interessi che il Medio Oriente rappresenta per l’America; in definitiva c’è un senso di inadeguatezza e impreparazione che aleggia sull’intervento americano.

Nel suo intervento il direttore di Limes, Caracciolo, afferma che la situazione è particolarmente grave per l’Italia, perché, come nel 1934, la guerra vede Tripoli contro Bengasi, è una guerra a bassa intensità che finirà nell’indifferenza, avrà tempi lunghi e, soprattutto, avrà pesanti riflessi sulla nostra economia. Purtroppo l’Italia non solo è intervenuta in ritardo e con poca fermezza, ma manca totalmente di una visione strategica d’insieme. In aggiunta i paesi BRIC (Brasile, India e Cina) sono favorevoli all’instabilità per interessi economici legati alla vendita di energia, gli USA hanno altre priorità in quell’area (Medio Oriente) e l’Egitto già si vede in Cirenaica (non per niente i ribelli sono sostenuti da molti egiziani). Speriamo che stavolta, si augura Caracciolo, l’Italia decida di stare dalla parte giusta. Un aspetto molto significativo è stato infine sottolineato dall’Amb. Vento: le elezioni che nel 2012 si terranno in Francia e in USA. Per Sarkozy l’intervento può essere letto da una parte come saldo di vecchi conti da pagare con la Libia (il Tchad per esempio) e dall’altro come l’intenzione di far rinascere il patriottismo in un paese che vede il suo presidente ai minimi storici nei sondaggi. Obama invece vuole controllare l’Egitto che preoccupa Israele, alleato troppo importante per gli USA.

Uscire dalle relazioni con i paesi occidentali e rafforzare i rapporti con Turchia ed Egitto, combattere via terra, trattare e trovare alleati tra gli uomini di Gheddafi, intensificare le attività di negoziazione con gli USA e l’Europa per trovare una via d’uscita politica. Tutte soluzioni proposte dagli ospiti in sala, con la consapevolezza che la situazione è complicatissima e non troverà risoluzioni nel breve periodo data la molteplicità dei fattori e degli interessi in gioco.

Per fare il punto della situazione dobbiamo accontentarci della versione data dal sottosegretario agli esteri Mantica, il quale ha giustificato l’azione di governo dicendo che Gheddafi non è né Ben Ali né Mubarak, ma un uomo di grande intelligenza e un grande stratega (ha preparato militarmente i soldati di Mali, Tchad, Somalia), al quale inoltre abbiamo venduto armi, aerei e missili, operazione di cui tutti erano a conoscenza, francesi compresi. Il sottosegretario afferma che sottovalutare Gheddafi è stato un grave errore perché le sue truppe sono molto ben preparate, mercenari compresi. L’unica soluzione è dunque politica, conferma il sottosegretario, e sarà lunga e difficile, bisognerà infatti cercare di togliere il respiro a Gheddafi e negoziare con una “nuova” classe dirigente.

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