Per risolvere il problema-rifiuti, De Magistris ha proposto alla sua città un programma inimmaginabile persino per il sindaco di Copenaghen.

L’onirico progetto di Giggino ha tre pilastri: niente termovalorizzatori, discariche o cave come siti temporanei; 70% di differenziata in 6 mesi; ‘rimozione della spazzatura entro quattro-cinque giorni’. La scadenza dei cinque giorni è stata abbondantemente superata e i cumuli di immondizia sono ancora lì, il  70% di differenziata è a dir poco utopistico visto che quella percentuale non è raggiunta nemmeno da Trentino e Veneto, da anni in cima alle classifiche italiane; verrebbe da sospettare che neanche il no a termovalorizzatori e discariche agevoli la soluzione del problema.

De Magistris, anziché mettere in discussione il suo progetto, lancia accuse contro innominabili ‘complottatori, sabotatori e boicottatori’, che forse sono gli stessi. Tutte le categorie che lo perseguitavano quando faceva il magistrato e che gli impedivano di portare a termine alcune inchieste.

Non bisogna affatto sottovalutare le enormi difficoltà che si incontrano nel cambiare una città come Napoli, nel combattere il malaffare, le incrostazioni di potere e di malavita, ma il punto è che tutto ciò non si affronta con il ‘risolvo tutto in 5 giorni’ che somiglia molto al berlusconiano ‘ghe pensi mi’. La scarsa serietà con cui si fanno promesse e la continuità con cui falliscono non fa altro che alimentare l’enorme deficit di credibilità di cui soffre la città di Napoli che rende in ciò sempre più difficoltosa la solidarietà delle altre regioni e delle stesse province campane che sono fuori dall’emergenza. È  sintomatico pertanto sentir dire dal sindaco di Napoli, sul termovalorizzatore, che ‘Se altri l’avessero realizzato, noi ce lo saremmo tenuto, ma noi non lo faremo e se anche in Europa altri li hanno costruiti qui non avverrà’, è paradossale non rifiutarlo e allo stesso tempo contare su quelli altrui, è illogico non volere una discarica poco distante dalla città mentre la città stessa è una discarica fumante di diossina. Non c’è dubbio inoltre che la proprietà politica di quei rifiuti, ammassati nelle strade avvelenate, ha precisi nomi e cognomi ma sopratutto coinvolge quella parte della politica che rendendosi conto nulla ha fatto e che continua a non fare per risolvere l’emergenza.

Gli amministratori napoletani non possono più permettersi di deresponsabilizzare i propri cittadini offrendo soluzioni a buon mercato, portando i rifiuti all’estero con i soldi dei fondi per lo sviluppo o a spese dello Stato, non possono chiedere alle altre province della regione e al resto d’Italia di farsi carico dei propri rifiuti mentre la propria popolazione fa le barricate contro le discariche e i termovalorizzatori.

Purtroppo la situazione napoletana è paradigmatica di un modo approssimativo di affrontare il problema che potrebbe portare tra qualche tempo Roma nelle stesse condizioni di Napoli, visto che la discarica di Malagrotta è ormai al collasso e che non ci sono ancora soluzioni che vadano oltre il modello emergenziale.

Oltretutto, come dimostrano i pasticci sul decreto rifiuti, il governo a causa del veto leghista sembra incapace di agire. Così, in mancanza di istituzioni credibili, le soluzioni ai problemi vengono rimandate, le emergenze prorogate e tornano in auge i vecchi metodi bassoliniani dell’invio di rifiuti all’estero: De Magistris ripesca la proposta , allora definita ridicola, del suo avversario Lettieri di spedire i rifiuti con una nave in un Paese ‘top secret’ del nord Europa al prezzo di 120 € a tonnellata per un totale di 100 mln.

Da Napoli non partiranno più i bastimenti di emigranti del secolo scorso, ma vedremo salpare bastimenti di rifiuti carichi di sprechi profumatamente pagati con soldi pubblici. Due miserie queste che hanno reso ricchi certamente altri, ma non noi. Se questa è la ‘rivoluzione arancione’, se questa è la risposta politica alla gestione dell’emergenza rifiuti, non serviva un De Magistris ma bastava Orietta Berti e il suo “finché la barca va”.

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