Il National Audit Office cinese ha divulgato qualche settimana fa i dati sul debito pubblico federale del Dragone. Stando alle fonti ufficiali, al 31 dicembre 2010 il passivo delle amministrazioni locali ammonterebbe a 10.700 miliardi di renminbi (o yuan), circa 1.700 miliardi di dollari. Tuttavia Moody’s ha messo fortemente in dubbio le cifre di Pechino ammonendo che «l’esposizione finanziaria degli enti locali potrebbe essere di 3.500 miliardi di yuan superiore a quanto stimato dagli auditor governativi».

Il buco da 541 miliardi di dollari, che secondo l’agenzia di rating statunitense sarebbe sfuggito ai contabili della Repubblica Popolare, impone una riflessione sulla dimensione e la qualità dell’esposizione debitoria cinese. Sommando l’esposizione locale al debito del Governo centrale, infatti, il rapporto debito/PIL sarebbe pari almeno al 60%.

A preoccupare, però, non è il valore assoluto del rapporto, che anche nella peggiore delle ipotesi sarebbe inferiore a quello di USA, Giappone e paesi europei, ma l’esito che eventuali default potrebbero produrre sull’intero sistema bancario della Repubblica Popolare. Il rischio è che le banche della seconda economia globale non siano pronte all’impatto.

Gli istituti di credito si troverebbero fra l’incudine dei crediti di dubbia qualità e il martello della bolla immobiliare, alimentata dalla generosa concessione di finanziamenti ai costruttori, contestuale all’erogazione di mutui alle famiglie.

«Un eventuale aumento dei default sui debiti delle amministrazioni locali potrebbe spingere al 12% il rapporto tra sofferenze bancarie e impieghi delle banche cinesi, ben oltre quindi lo scenario migliore che le stima in un range compreso tra il 5 e l’8%», afferma Moody’s nel suo rapporto che si conclude con una avvertimento: se il  Governo cinese non varerà rapidamente un piano di risanamento del debito locale, l’outlook sul sistema bancario cinese potrebbe diventare negativo.

Lo scorso 11 luglio i timori degli investitori sullo stato di salute delle finanze pubbliche cinesi hanno comportato, per la prima volta dal 2009, la non assegnazione in toto di un’asta di obbligazioni statali emesse dal Ministero delle Finanze a favore delle amministrazioni locali del Celeste Impero (sono stati comunque collocati 23,94 miliardi di yuan rispetto ai 25 previsti).

Al momento le “ansie” dei mercati sono stemperate da dati macroeconomici rassicuranti come l’incremento del gettito fiscale (+20% annuo) e il consistente tasso di crescita della Repubblica Popolare. Resta da interrogarsi sulla sostenibilità di quest’ultima.

Cosa accadrebbe se una grande banca fosse portata al fallimento dal deteriorarsi delle attività detenute in portafoglio (i bond cinesi del Governo centrale e locali da un lato e i prestiti dall’altro)?

Evidentemente il caso Lehman Brothers non ha ancora fatto scuola.

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