“All in” è la definizione tecnica che usa chi decide di scommettere tutto quello che gli rimane sul tavolo da gioco, ma è anche una sintesi efficace di quello che sta tentando di fare il Governo con la manovra finanziaria, ovvero giocarsi tutto. Non solo nel senso che da questa dubbia manovra dipende la stabilità dell’assetto economico del nostro Paese, ma anche che per perseguire questo risultato il Governo è disposto a cercare forme di introito anche nei meandri più complessi e sociologicamente discutibili della società.

Un giro d’affari stimato in 18 miliardi di euro annuali tra poker cash e casinò online, con un ritorno garantito pari al 90%  per i giocatori, che in forza delle nuove norme potranno ora giocare “cash”, ovvero con fiches che rappresentino direttamente un valore reale in euro, mentre finora nel nostro ordinamento era legale solo la modalità torneo (con quota di iscrizione e premio finale per i primi classificati).

Si tratta, in poche parole, dell’estensione su scala nazionale di quanto previsto dal decreto risalente al 2009 a sostegno delle aree colpite dal terremoto in Abruzzo, che garantirà allo Stato il guadagno, via imposta, del 20% della raccolta al netto delle vincite destinate ai giocatori migliori.

Le prime polemiche riguardano l’aspetto sociale e psicologico della legalizzazione del gioco d’azzardo “estremo” (seppur limitato, la posta iniziale massima non può infatti per legge superare i mille euro), con associazioni come Libera che denunciano il crescente rischio di dipendenza dal gioco d’azzardo (“comporta risvolti patologici, perché crea dipendenza in una fascia non esigua di giocatori, presentando aspetti sociali perché di fatto costituisce una vera e propria tassa sui poveri che si illudono di far quadrare i propri bilanci tramite scorciatoie”).

Senza sottovalutare questo importante aspetto, che sconfina nel terreno della definizione di moralità di cui si fa carico lo Stato, bisogna sottolineare che con queste norme si tenta anche di far emergere e legalizzare quell’enorme realtà nascosta dei giochi cash live, quelli che impropriamente si definirebbero bische clandestine, in cui spesso e volentieri mettono le mani organizzazioni mafiose o criminali di ogni stampo.

Il problema sorge però proprio qui, dalla storia delle relazioni tra Stato, gioco d’azzardo e mafie: giusto pochi giorni prima dell’approvazione della manovra, Gianfranco Donadio, Procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia (Dna), nella relazione annuale sui rischi di infiltrazione della mafia nei giochi leciti ed illeciti denunciava un regime di quasi monopolio dell’impresa mafiosa in questo genere di mercato, un settore che nel 2010 ha raggiunto la raccolta di 61,5 miliardi di euro, pari al 4% del Pil, spiegando che il gioco d’azzardo legale funziona come una lavanderia per il denaro sporco, permettendo alle mafie di riciclare i proventi delle attività criminali in un ampio spettro di modalità differenti, dalla diretta acquisizione di sale da gioco, macchinette e casinò ai prestiti a tassi d’usura per i giocatori più accaniti.

La nuova normativa si prospetta a sua volta come una scommessa rischiosa in termini di benefici e per vincerla sarà necessario un livello di controllo di gran lunga superiore a quello effettuato finora, con tutte le difficoltà ed i costi connessi, altrimenti si trasformerà in un assist meraviglioso per le organizzazioni criminali, con un danno sociale di gran lunga superiore al guadagno economico per le casse dello Stato.

Dostoevskij, che nel suo romanzo “Il giocatore” faceva dire al protagonista: “Perché il gioco dovrebbe essere peggiore di qualsiasi altro mezzo per far quattrini come, per esempio, del commercio?” evidentemente non doveva confrontarsi con Cosa nostra, la Sacra corona unita o la ‘ndrangheta.

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