Originariamente lo Sri Lanka era abitato dai Veddha, popolazione quasi scomparsa. Dal 1070, cingalesi e tamil si affrontano per occupare la parte più grande del territorio. Colonizzata ed occupata da portoghesi, olandesi e inglesi, l’isola regolarmente queste due comunità affrontarsi, a volte con volenza inaudita come nel 1939. Il 4 febbaraio del 1948, Ceylon (nome ufficiale dello Sri Lanka fino al 1972) diventa un dominion del Commonwealth. Il riconoscimento del cingalese come lingua ufficiale scatena scontri violenti che impongono nel 1971 la creazione dello stato di emergenza sui territori tamil. Questi ultimi rivendicano la creazione di uno stato indipendente, l’Eelam. Dal 1983 al 2009 una feroce guerra vede opporsi il governo all’organizzazione terrorista delle Tigri per la Liberazione del Tamil Eelam (LTTE). Neanche lo tsunami del 2004, che nel solo Sri Lanka ha fatto 35000 morti, è riuscito a portare alla riconciliazione nazionale. La morte durante i combattimenti della primavera 2009 del fondatore delle Tigri Tamil ha permesso al Presidente Rjapaske di annunciare, il 19 Maggio, la fine del conflitto. Da allora, i tentativi di riconciliazione e il Nord-Est del paese rimangono molto fumosi.

Dopo il 19 Maggio del 2009, la comunità internazionale, sollevata nel vedere l’isola riportata alla “pace” dopo un conflitto che ha fatto più di 80000 morti in trent’anni, è stata abbastanza avara di commenti sulle atrocità commesse dalle due parti in conflitto, soprattutto quelle avvenute nelle ultime due settimane di scontri. Nel Giugno del 2010, una ONG belga, “L’international crisis group” (ICG), ha pubblicato un rapporto schiacciante per il governo di Colombo. Tutte le informazioni raccolte dall’ICG dimostrano che è necessario indagare sul modo in cui è stato condotto il conflitto e il ruolo dei responsabili militari e politici delle due parti. E’ imperativo di far luce sul reclutamento dei bambini da parte dell’ LTTE, ma anche l’esecuzione sommaria da parte dell’esercito governativo di chiunque deponesse le armi e tentasse di arrendersi. Due anni dopo la fine della guerra civile, Colombo non ha ancora risposto alle accuse che lo vedrebbero anche colpevole di aver ucciso deliberatamente dei civili nei territori controllati dai ribelli. Un rapporto delle Nazioni Unite, concluso il 12 Aprile scorso, ha rimesso la questione sul tavolo. Anche secondo le NU, sembrerebbe che le forze armate non abbiano trascurato nulla per schiacciare le Tigri. Nulla, neanche il bombardamento degli ospedali controllati dall’LTTE. Questi ultimi ovviamente non sono privi di colpe, ma che fossero terroristi non è una novità. Se le NU si sono “dispiaciute” per le notizie trapelate dal rapporto e riportate dai giornali srilankesi, il governo di Colombo è assolutamente furibondo. “Il rapporto è una truffa, una cospirazione da parte dell’occidente, anzi, della diaspora dell’élite tamil che vuole screditarci” sostengono dal governo. Il 14 Giugno, la televisione britannica ha trasmesso un documentario (ritenuto autentico da alcuni esperti delle NU), che mostra filmati ripresi da civili tamil e soldati srilankesi. Il documentario che si chiama Sri Lanka’s Killing Fields” documenta tutto quello che è stato detto nei rapporti dell’ICG e delle NU, ma il governo dello Sri Lanka non autorizza alcuna delegazione ad indagare ufficialmente sulla perpetrazione di crimini di guerra sul suo territorio. Il Segretario Generale delle NU non può ordinare nessuna inchiesta se non ottiene il via libera dal Consiglio di Sicurezza, dall’Assemblea Generale o del Consiglio dei Diritti Umani. Una risoluzione di quest’ultimo è stata respinta dalla Cina nel 2009.

La comunità internazionale non poteva ignorare le atrocità commesse. Ma ha protestato  a voce molto bassa. Ci si chiede perché. Sarà perché il Presidente Rjapaske è il solo Capo di Stato della regione a potersi vantare di aver schiacciato il terrorismo in casa sua? E se la “Sri Lanka option” diventasse un modello? Un’azione militare senza limiti, il rifiuto di negoziare, il disprezzo per le questioni umanitarie. Questo è per ora il metodo adottato per sedare le insurrezioni nel paese. La “riconciliazione” promessa da Rajapakse non sembra essere vicina.

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