È il 24 giugno del 1991 quando il corpo di Ghislaine Marchal, ricca vedova sessantacinquenne, viene ritrovato esanime nella cantina della sua villa di Mougins, piccolo comune situato nel dipartimento delle Alpes-Maritimes. Sulla porta, misteriosamente, vi è una scritta tracciata col sangue: “Omar m’a tuer” (Omar mi ha ucciso). Una frase che porterà ad accusare, e nel 1994 a condannare, Omar Raddad, il suo giardiniere di origine marocchine, a diciotto anni di reclusione, ridotti nel 1996 di quattro anni e otto mesi grazie alla scelta dell’allora Presidente della Repubblica Francese Jacques Chirac, sollecitata dal re del Marocco Hassan II. Seguendo l’inchiesta dello scrittore Pierre-Emanuele Vaugrenard, che per primo si interessò realmente all’affaire Omar Raddad, veniamo a conoscenza, passo dopo passo, delle ambiguità e delle incongruenze di un processo che ancora oggi fa parlare di sé.

In Francia, lo si sa, gli affaires sono ormai un’abitudine. Alla fine dell’1800 fu l’ufficiale d’artiglieria Alfred Dreyfus a dividerla per molti anni, scatenando un vero e proprio scandalo politico chiamato appunto affaire Dreyfus. Nel 1957 fu l’affaire Maurice Audin a tenere banco, mentre nel 1981 venne il tempo del politico ed ex-prefetto di Parigi Maurice Papon. Ma, per avvicinarci ai nostri giorni, tralasciando il contemporaneo DSK, l’affaire Omar Raddad è quello su cui francesi s’interrogano e s’inquietano tutt’ora.

È il 1991 quando tutto ha inizio. Omar, interpretato in maniera sobria e misurata ma allo stesso tempo profondamente intimista dal Sami Bouajila di Hors-la-loi, viene accusato di essere l’assassino della facoltosa Ghislaine Marchal. Ostacoli, depistaggi, prove inquinate e facili condanne, unite a false testimonianze e a ostentazioni razziste di carattere etnico e sociale complicano ed edificano un processo sconvolgente, traumatico, che segnerà la società francese degli anni ’90. E Omar, difeso dall’avvocato Jacques Vergès, celebre per le sue militanze e difese dell’ FLN al tempo della guerra d’Algeria, otterrà la liberazione finale solamente il 4 settembre 1998, dopo sette lunghissimi anni di vessazioni giudiziarie e accuse criminali.

Difficile essere imparziale, non condannare e non assolvere, soprattutto quando si tratta di questioni non troppo care alla Francia quali il razzismo, figlio del passato coloniale. Il regista francese d’origine marocchine Roschdy Zem, tuttavia, non ci restituisce un film nettamente manicheo, come invece lo è stato il recente Hors-la-loi di Rachid Bouchareb, aspramente criticato e in molti casi boicottato, ma preferisce soffermarsi sulla sofferenza intima dell’uomo Raddad, perseguitato e massacrato da una giustizia cieca, attraverso una messa in scena secca e implacabile, scarna e affilata,  che indigna e sconvolge lo spettatore in profondità.